TOTTA e DYLAN
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La pietra leccese

caratteristiche

La pietra leccese (o leccisu secondo il dialetto salentino) è una roccia calcarea compatta, omogenea e a grana fine, di colore che va dal bianco al giallo paglierino.

L’esame petrografico fa rilevare la struttura geologica di questa roccia che è compresa in una serie di formazioni di origine sedimentaria risalenti al periodo miocenico; appartenente al gruppo delle calcareniti è costituita principalmente da carbonato di calcio, sotto forma di granuli di calcare (microfossili e frammenti fossili di fauna marina) e di cemento calcitico.
La presenza in percentuale minore di glauconite, quarzo, feldspati, fosfati e sostanze argillose determinano vari tipi di roccia sia dure e resistenti, sia tenere e duttili.

Facilmente lavorabile, si taglia e si modella facilmente, con il passare del tempo acquista maggiore durezza e resistenza tanto che nella consolidazione assume una tonalità di colore ambrato.

(roselli.it)

tipologia

Le varietà della pietra leccese si differenzia per colore, granulometria, omogeneità, grado di compattezza ed età.
Affiora naturalmente dal terreno e si ricava dal sottosuolo in enormi cave a cielo aperto diffuse su tutto il territorio salentino e in particolare nei comuni di Copertino, Corigliano d’Otranto, Cursi, Maglie, Martàno, Melpignano, Soleto, Surbo, Trepuzi.

In base alla profondità di estrazione si distinguono:

MAZZARA (da 0 a 2 m - non utilizzabile ai fini commerciali)
PIROMAFO (da 2 a 4 m)
CUCUZZARA (da 4 a 6 m)
DURA (da 6 a 11 m)
BIANCA (da 11 a 12 m)
DOLCE (da 12 a 16 m)
SAPONARA (da 17 a 18 m)
GAGGINARA (da 18 a 27 m)

impieghi

Nel campo architettonico la pietra leccese è stata protagonista del Barocco e per questo motivo si parla di Barocco leccese, tanto che per la bellezza dei suoi monumenti la città di Lecce è definita la Firenze del Sud.
Apprezzata nel campo scultoreo per le decorazioni di molti edifici civili e religiosi, con l’ausilio degli artigiani locali che hanno saputo trasformarla in modanature, fregi, volute, capitelli, trine, cornici, rosoni, ha ottenuto un riconoscimento artistico internazionale.



Particolari Basilica Santa Croce - Lecce

Attualmente, con i nuovi metodi di trattamento della superficie, la pietra leccese è molto utilizzata nel campo dell'edilizia per la realizzazione di opere per esterni, interni ed arredi urbani.
Inoltre riveste grande importanza nel recupero architettonico riuscendo ad inserirsi nelle applicazioni di ristrutturazione in modo appropriato per le sue caratteristiche.
La pietra leccese è un materiale così versatile che permette anche l’impiego nelle forme di arredamento e nell’oggettistica, attraverso un buon design creativo.

(pietraleccese.com)

industria

Recentemente la pietra leccese sta avendo importanza in una realtà progettuale e commerciale in continua trasformazione. Ha raggiunto traguardi nel made in Italy con aziende all’avanguardia nella produzione di materiale edilizio, ottenuto con l’estrazione e la lavorazione, le quali si stanno identificando nella qualità ed operosità dirigenziale ed esecutiva, ottenendo riconoscimenti a livello internazionale e dando voce ad un Sud che ha voglia di cambiare anche nel modo di “fare impresa”.

arte

E’ da considerare l’impegno di molti giovani artisti locali, che esprimendosi in chiave contemporanea, ma sempre legati alla tradizione salentina e alla cultura barocca, si organizzano in atelier ubicati nei centri storici, rivalutando antiche botteghe artigiane, dove operano ed espongono i loro lavori.
Attività che spesso si manifesta difficile nonostante le varie manifestazioni culturali che si tengono, ma la loro tenacia, a lungo andare, premia la costanza e coerenza.

1 - Architettura rurale nel Salento

Prima di analizzare le architetture in pietra a secco nel territorio del Salento, è bene precisare che sempre si è data a riguardo una descrizione riferita soltanto ai trulli di Alberobello, mentre è da considerare una vasta area della Puglia dove il fenomeno delle costruzioni trulliformi si manifesta.

L'architettura rurale in pietra a secco ha avuto un forte rapporto con le caratteristiche del suolo e con l’ambiente, ha rappresentato un modello costruttivo altamente ecologico con un impatto ambientale inesistente che ha definito esaurientemente i criteri fondamentali della bioarchitettura.

Ma tutto questo, nella poetica e storica ricerca delle cose perdute, lo affondiamo nell’interesse del turismo rurale… e nel disinteresse degli amministratori locali.

Questo nostro patrimonio storico-ambientale è da salvaguardare e deve essere finalizzato ad una catalogazione in percorsi culturali e museali.

Invece, spesso, questa architettura viene trasformata con cattivi interventi di recupero, utilizzando materiali diversi e non idonei, andando pertanto a valorizzarla turisticamente con ristrutturazioni aventi soltanto lo scopo di un veloce ritorno economico.


L’architettura rurale in pietra a secco
, in Puglia, è diffusa dal Gargano al Salento con maggiore concentrazione nelle Murge e precisamente ad Alberobello, il nucleo più significativo.
Dal Gargano ad Alberobello le costruzioni sono sparse con varie destinazioni d’uso e tendono a concentrarsi nelle seguenti aree:
  • Territorio a sinistra del basso corso del fiume Ofanto
    La presenza delle costruzioni è dovuta all’arrivo dei contadini del Nord Barese per i lavori saltuari o stagionali e per la “transumanza”.
  • Territorio tra Barletta e Bari
    La presenza delle costruzioni è dovuta alla “mezzadria” ed erano disposte in fila o gruppi di due o più unità.
  • Territorio intorno ad Alberobello
    La presenza delle costruzioni è dovuta ad abitazioni permanenti tanto da formare veri centri abitati.
  • Territorio nel basso Salento
    La presenza delle costruzioni è dovuta ad una forma architettonica complementare alla dimora e legata alle attività agricole.

Le varie costruzioni trovano una giustificazione pratica nel tipo di roccia calcarea presente nelle Murge e nel Salento, infatti si presta al taglio e alla successiva sovrapposizione degli elementi poliedrici irregolari. Inoltre, l’impiego di pietre divelte dal terreno, per far spazio agli impianti di colture, risponde ad un principio di economia base legato alla cultura contadina.

L’operazione della posa in opera di pietre a secco, per realizzare ripari e muri, è data dalla:

  • accumulazione disordinata, fatta per getto;
  • accumulazione ordinata, fatta per stratificazione;
  • accumulazione strutturata.

Malgrado la notevole varietà di forme si riconoscono, secondo alcuni studiosi, tre modalità specifiche nell’accumulazione:

  • la disposizione stratificata
    degli elementi calcarei per filari degradanti formanti superfici inclinate a scarpa;
  • le disposizioni strutturate
    per la copertura di vani nei muri con architravi, mensole, biliti e triangoli di scarico (sistema costruttivo costituito da un architrave di pietra sormontato da due blocchi in contrasto);
  • le disposizioni strutturate
    per la copertura di ambienti che sviluppano gli elementi costruttivi precedenti nelle tre dimensioni realizzando la volta o la cupola in aggetto.

A queste modalità costruttive segue una varietà di manufatti suddivisi, in rapporto alla distribuzione sul territorio, in due tipi fondamentali:

accumuli a sviluppo lineare:

  • “li parieti” (muri di recinzione, di confine, di contenimento);

accumuli concentrati:

  • “le specchie” (accumuli veri e propri);
  • “li truddi” (costruzioni con uno o più vani);
  • “li puzzi” e “le cisterne” - “le spase” e “le littere” - “li furni” (monumenti della civiltà contadina);
  • “le aie” e “li puddari".

(1 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

2.1 - Architettura rurale nel Salento

Accumuli a sviluppo lineare

"li parieti"




Complesso rurale - Campu lu puzzu, Patù

La necessità di liberare spazi arabili porta alla spietratura dei campi ed alla conseguente realizzazione dei muretti e sistemazione di terrazze di coltura. Quando la copertura della terra era abbondante, i muretti servivono principalmente a delimitare gli appezzamenti di terreno; mentre quando si presentavano avvallamenti, i muretti venivano moltiplicati determinando sistemi di terrazze.

(2.1 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

2.2 - Architettura rurale nel Salento

Accumuli concentrati

"le specchie"


Specchia dei Mori - Martàno (salentonline.it)

Come “li parieti”, sono il risultato dell’attività di spietratura dei fondi, di forma cilindro-conica, sono costituiti da ammassi di pietre ricoperte da terriccio. Per eseguire comodamente il getto dei materiali portati a braccia, “le specchie” sono completate con strette rampe di scale.
La presenza di resti scheletrici umani sotto il cumulo di pietre, lascia intendere che almeno un certo numero di “specchie” avevano la funzione sepolcrale. La letteratura ha tentato di interpretare questo tipo di costruzione dando varie destinazioni d’uso: osservatori, torri di guardia e difesa, segnali di confine e sepolture appunto.

(2.2 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

2.3 - Architettura rurale nel Salento

Accumuli concentrati

"li truddi"


Realizzati con una tecnica costruttiva basata sulla pietra posta in opera senza leganti e senza centine, come ogni architettura spontanea, sono costituiti da spazi interni ed esterni.
La tipologia è varia dalla forma tronco-conica alla forma cilindro-conica, a gradoni semplice o a gradoni elicoidali ed anche a pianta quadrangolare.
Le volte interne ed il muro esterno erano costruiti contemporaneamente secondo piani orizzontali, partendo dalla messa in opera degli anelli delle volte. Nel “truddu” si notano due parti indipendenti: la cupola, che copre il vano interno, e la struttura di rivestimento esterno. La presenza di terra nelle coperture forniva protezione dal calore estivo ed anche dall’acqua trattenuta dal tappeto erboso.
Per ispezionare la struttura veniva realizzata una scala esterna, costituita da gradoni elicoidali, che fungeva anche da rinforzo esterno rendendo impermeabile e stabile l’intero manufatto.


Dettagli delle strutture d'ingresso (pinodenuzzo.com)


Particolari sono le strutture e i profili delle porte d’ingresso, generalmente esposte a SE per la difesa dalle correnti gelide invernali, realizzati con il tipo di roccia a disposizione, formando il trilite primitivo (sistema costruttivo costituito da due elementi verticali che sorreggono un architrave) o l’architrave spezzato in due blocchi monolitici che anticipa il triangolo di scarico delle soluzioni più evolute. Nelle forme più elaborate si hanno soluzioni che sostituiscono il triangolo di scarico con una piccola finestra o incorniciano l’apertura con un arco sotteso dall’architrave.

Con una molteplicità e varietà di esempi di costruzioni in pietra a secco, caratterizzate da uno o più vani, diversi sono stati gli studiosi che hanno tentato di fare delle classificazioni e di riscontrare alcune caratteristiche comuni che permettano di identificare classi tipologiche.
Una classificazione fatta da A. Ambrosi riesce bene a muoversi all’interno di un’indagine tipologica che accetta la definizione di “tipo” come “invariante”.
In effetti, nelle architetture in pietra a secco l’idea di abitazione e riparo è la vera costante tipologica, che accomuna, in ogni momento storico, tutti i membri della società, che risponde, a seconda dell’aspetto geomorfologico del luogo e delle proprie esigenze, con atti costruttivi individualmente diversificati.
Pertanto, si è giunti ad una classificazione di sei gruppi di architetture:
  1. il cumulo: edificio con copertura di pietrisco o zolle erbose;
  2. la torre terrazzata, che può essere semplice o gradonata;
  3. il tetto conico: forma cilindro-conica (a generatrice rettilinea);
  4. le superfici raccordate, che richiamano la tenda;
  5. il tetto displuviato, che si rifà alla capanna rettangolare con tetto a due o una falda;
  6. le coperture: cuspidate ogivali o cupoliformi cilindriche (a generatrici inflesse).

(2.3 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

2.4 - Architettura rurale nel Salento

Accumuli concentrati

"li puzzi" e "le cisterne"

La mancanza di sorgenti in superficie e di corsi d’acqua fece sì che l’approvvigionamento idrico venisse ricercato nel sottosuolo. Pertanto si scavarono manualmente i pozzi e dove il terreno presentava una falda impermeabile o roccia di calcare compatto, si costruirono le cisterne, quali serbatoi di acqua piovana che ne assicuravano una certa quantità.


I pozzi erano scavati in terreni ad “acqua circolante” aventi la forma interna quadrangolare o circolare.
Il rivestimento interno era realizzato con pietre di calcare permeabile, “la camisa”, cementate con bolo [01], in modo da lasciarvi filtrare le abbondanti acque freatiche.
La bocca del pozzo, protetta da un “puteale” (in gergo “lu pustale”), che spesso era un blocco monolitico con foro centrale oppure formato da quattro conci di tufo disposti in quadrato, veniva costruita anche in forme più rifinite e monumentali.


Le cisterne erano scavate nel terreno, o ricavate in un crepaccio naturale più o meno profondo e capace, o costruite partendo dal piano di campagna, aventi la forma interna “a campana” o “pseudo-prismatica”, esternamente assumono conformazioni che variano planimetricamente ed altimetricamente.
Il rivestimento interno, intonacato con malta di calce mista con cocci di vasi di creta e battutacon speciali magli veniva resa impermeabile.
Le caratteristiche tecnico-formali della cisterna utilizzano gli stessi principi costruttivi dei “truddi”.


Sistema di canalizzazione e raccolta delle acque

"le spase" e "le littere"

Di modeste dimensioni, erano realizzate con il materiale proveniente dalla spietratura del terreno, ammucchiato in piccoli coni sul terreno.
I modesti cumuli sollevati fino ad una certa altezza dal suolo, mantenendo la base circolare dell’originale cono di pietra , davano le spase.
Quando gli accumuli di pietre erano di scarsa entità e sparsi qua e là, venivano utilizzati per farne delle littere.
Queste consistevano infatti in muretti pianeggianti poco sollevati dal terreno e larghi circa un metro; erano formati da massi più grossi verso l’esterno e da più piccoli nell’interno, mentre la superficie veniva coperta da pietre minutissime, per renderla agibile.
Non essendoci ancora, al tempo, “lu cannizzu”, cioè una specie di stuoia fatta con canne tagliate e legate, le spase e le littere servivano come piattaforma per adagiare ed essiccare al sole i fichi spaccati per metà.
Queste costruzioni in pietra a secco venivano coperte con uno spesso strato di “fumuli” (Hjpericum crispum), pianta comune del periodo estivo che grazie alle sostanze contenute permetteva aerazione e sofficità caratteristiche necessarie al buon essiccamento dei fichi.
Alla fine della stagione i fichi essiccati venivano infornati per garantire la conservazione. Terminata la cottura e sfornati, dopo un’oculata cernita, i migliori venivano pigiati a strati, anche con foglie di alloro, in recipienti di terracotta detti “capase”. Si formava così una massa compatta , tanto che ci si serviva di un arnese speciale “li scoddafiche”, per poterli staccare tra loro.

"li furni"

Queste costruzioni assumevano dimensioni minori del "truddu", ma erano sempre realizzate in pietra a secco e con il sistema a "tholos" (termine greco usato impropriamente per indicare una costruzione circolare a falsa volta).
Avevano la bocca proporzionata alla costruzione, rivestita con intonaco di creta, applicato a mano e la base pavimentata con lastre di pietra calcarea dette ”chianche”.

(2.4 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

2.5 - Architettura rurale nel Salento

Accumuli concentrati

"le aie" e "li puddari"



Costruzioni con zona antistante adibita ad aia

Le aie sono collegate alla coltura dei cereali.
Aventi forma circolare furono prima realizzate su una superficie naturale di roccia pianeggiante, levigata dagli agenti atmosferici e delimitata da grossi massi, poi furono realizzate con pavimentazione di pietra calcarea e delimitate con pietre sagomate e decorate. Venivano collocate su spazi elevati, esposti al vento e sgombri da alberi, così che questo potesse soffiare senza ostacolo per separare il grano dalla paglia e dalla pula.
Quasi sempre intorno all’aia sorgevano altre costruzioni necessarie al lavoro della trebbiatura: ricoveri per i buoi e gli addetti ai lavori, un pozzo o cisterna con abbeveratoio e spesso anche il pollaio.

I puddari, di dimensioni limitate, venivano realizzati con conci di carparo usando come legante malta e bolo. Presentavano diversi sviluppi: a tronco di cono sormontato da pseudocupola; ad archi schiacciati; a cilindro sormontato da pseudocupola; prismatico a volta piana.

(2.5 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

3 - Architettura rurale nel Salento

Glottologia


Costruzioni sul banco roccioso di una vecchia cava - Macchia ai Temerano, Seclì

La complessa discussione sulla diffusione e sul significato dei vari termini adottati in Puglia per indicare le costruzioni in pietra a secco trulliformi, ha particolarmente interessato i glottologi e, in genere, gli studiosi della civiltà contadina.

A tal proposito, il Prof. Antonio Costantini (Le costruzioni in pietra a secco nel Salento leccese - Italia Nostra, Parabita, 1988) ha sottolineato che gli studi sul tipo edilizio a trullo non sono stati un monopolio degli storici o degli archeologi, ma soprattutto hanno visto impegnati i linguisti, i quali hanno cercato di giungere alle origini di questa particolare manifestazione proprio partendo dall’etimologia delle varie voci.
Pertanto, i diversi appellativi locali, con particolare riferimento al basso Salento, sono riportati di seguito cercando di sottolineare schematicamente alcune delle spiegazioni proposte dai ricercatori.

Truδδu [01]

- Costruzione trulliforme in pietra a secco; denominazione che nei Catasti Onciari [02] sembra appartenere al territorio dell’Albania Salentina e dei comuni limitrofi, sino a Grottaglie da un lato e ad Avetrana dall’altra. (De Fabrizio)
- Voce derivata da “Turrula” indi “Turrulu” è cioè da un diminutivo di “Turris”. (Palumbo)
- La voce, di probabile radice indo-germanica “Tor” passata sia al greco che al latino, implica il concetto di rotondità. E’ in uso nella parte meridionale delle Murge fin verso Lecce. (Simoncini)
- Voce riferita alla trottola (giocattolo rotondeggiante di forma conica detto “Currulu” o “Curru”). Nel territorio di Ruffano il “Trullo Ferrante” risulta la più complessa aggregazione di edifici in pietra a secco nel Salento leccese. (Ribezzo)

Caseδδa

- Costruzione in pietra a secco quadrata e coperta da tegole; denominazione che nei Catasti Onciari sembra più frequente tra i contadini murgiani e tarantini. (De Fabrizio)
- La voce, proveniente presumibilmente dal basso latino, indica una versione particolare di tale tipo nelle Murge settentrionali e centrali e lungo il litorale tra Barletta e Polignano. (Simoncini)
- Voce che nell’agro di Tuglie indica un edificio più piccolo e semplice del “Furnieddu”, ma più articolato, essendo affiancto da altre costruzioni supplementari. (Panico)

Pajaru (Pagghiaru o Pagghiarune)

- Costruzione in pietra a secco con copertura in paglia; denominazione che nei Catasti Onciari sembra diffusa nel Salento leccese. (De Fabrizio)
- Se è vero che la presenza di un’aia nelle vicinanze del riparo giustifica il termine “Pajaru”, in quanto sicuramente la funzione prevalente della costruzione era, o è ancora, quella di deposito della paglia ricavata dalla battitura dei cereali, per il resto il nome non è sempre legato al tipo di coltura o alla funzione specifica. (Costantini)
- I “Pajari” sono nella stragrande maggioranza dei ripari semplici, privi di rinforzi alla base e, in una vasta area che va da Lecce fino a Maglie, sprovvisti di una spianata sommitale poiché coperti con zolle di terra. Importante è il “Pajarone” in località Visciglito presso Acaya, Vernole. (Spano)

Furnu (Furnieδδu)

- Costruzione in pietra a secco atta alla cottura del pane e dei fichi dopo l’essicazione al sole. (De Fabrizio)
- Costruzioni tronco-coniche (solo in alcuni casi tronco-piramidali), contenute in due o tre livelli di gradoni concentrici, realizzate interamente a secco. Si tratta di edifici costituiti da un solo vano a pianta quadrangolare (nelle forme più antiche, circolare) con copertura del tipo a falsa cupola [03]. Sono sparse un po’ dovunque nella campagna di Galàtone e soprattutto nella contrada rurale Specchia di Mosco. (Calò)
- La voce “Furnu” non trova nessuna giustificazione con la spiegazione che spesso ne danno gli stessi contadini. Etimologicamente chiaro, il termine potrebbe essere spiegato soltanto se queste costruzioni fossero provviste di focolare o di forno per cuocere il pane. L’ipotesi che esso sia un termine attribuito ai ripari provvisti di attrezzature per la cottura del pane e per cucinare viene però smentita proprio dal fatto che nella maggior parte delle aree di diffusione di questo termine, raramente si incontra un camino o un focolare all’interno o all’esterno della costruzione. (Costantini)
- Il termine “Furnu” è da mettere in relazione con il fatto che il contadino considera il suo riparo un forno vero e proprio perché, durante i mesi estivi, ne utilizzava le superfici dei gradoni e del terrazzo per sistemare i graticci e le stuoie (“cannizzi”) con i fichi da essiccare, quindi la costruzione intesa come luogo per la cottura o la torrefazione di un prodotto. (Spano)
- Costruzioni monocellulari, con copertura a falsa volta [03] e forma tronco-conica costruite in pietra a secco a gradoni. (Panico)

Chìpuru

- Costruzione in pietra a secco. Questa voce è propria della Grecìa Salentina [04]. (De Fabrizio)
- Indica il termine diffuso soprattutto a Maglie. (De Lia)
- Parola proveniente dal greco, letteralmente “guardiano del campo”. E’ in uso nel Salento, da Maglie a Leuca, l’antica Japigia. (Simoncini)

(casedelsalento.it)
NOTE

[01] Gerhard Rohlfs - Vocabolario dei dialetti salentini - Congedo, Galatina, 1976.
δ: Suono invertito pronunziato con la lingua ripiegata all’indietro su se stessa.
Nella letteratura regionale si esprime anche con ddh - ddr - ddhr oppure gd (es.: quigdu).
δδ: Suono che viene dalle due ll latine o italiane (es.: Illu[m], da cui iddu; Cerebellum da cui cervieddu).
[02] L'Onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l'attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno.
Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la mappatura dei luoghi, fu uno strumento utile ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni terrieri veniva stimato in once, una misura di monete molto antica corrispondente a sei ducati.
[03] Cupola o volta realizzata con blocchi di calcare progressivamente aggettanti verso l’interno.
[04] Area del Salento, situata all’estremità meridionale della Puglia, costituita da nove comuni in cui si parla il dialetto neo-greco noto come grecanico o griko.
L'Unione dei comuni della Grecìa Salentina nasce il 28 settembre 2001 tra i seguenti comuni: Calmiera - Castrignano dei Greci - Corigliano d’Otranto - Martano - Martignano - Melpignano - Soleto - Sternatia - Zollino. Comprende anche due comuni in cui non si parla il griko ma che sono uniti da rapporti di collaborazione con gli altri nove: Carpignano Salentino (aderisce il 1° gennaio 2005) e Cutrofiano (aderisce il 1° gennaio 2007).

(3 - fine)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

Il trullo di Alberobello



Un tempo si costruivano le case di pietra, anche se questa non era sempre di buona qualità, perché la pietra era il materiale più facilmente reperibile, quindi più economico di qualsiasi altro.
Quello che è certo è che la pietra (sia usata per la struttura, sia per la copertura o per gli elementi accessori della costruzione) è il materiale che “lega” più di ogni altro la casa al paesaggio e usarla costituisce quindi un esempio di corretto approccio al problema del rapporto casa-ambiente.

Sull’origine del trullo (o truddhu secondo il dialetto pugliese), tra le tante ipotesi prevale quella orientale che ha origine dalla fusione delle due culture della popolazione locale: da una parte quella contadina dall’altra quella degli innumerevoli gruppi etnici trasferitisi nella zona dall’Oriente, facendo sorgere quella civiltà altomedievale della quale significative tracce sono rimaste nelle innumerevoli chiese rupestri e cripte.

Queste costruzioni inizialmente avevano lo scopo di proteggere l’uomo dalle eventuali intemperie e di depositare attrezzi, arnesi e materiali vari necessari alle attività agricole per poi trasformarsi in vere e proprie abitazioni.
Infatti la struttura architettonica iniziale del trullo era costituita da un unico vano realizzato in conci di pietra sistemati senza alcun legante cioè “a secco”, avente dimensioni ridotte a pianta quadrangolare, sormontato da una copertura a cupola conica; la struttura più evoluta era invece costituita da più ambienti, aventi funzioni abitative diverse, con l’aggiunta di vari elementi architettonici. Si otteneva così una struttura unica di più trulli affiancati che formavano abitazioni unifamiliari.

La copertura della cupola, realizzata anche in conci di pietra sistemati a secco, era interamente rivestita da listelli sempre di pietra dello spessore variabile, dette chiancarelle o chiancole ed era completata alla sommità da un pinnacolo, la cui origine si deve forse al culto betilico, professato dai popoli primitivi orientali, che rappresenta in base alla forma geometrica (sferica - conica - poliedrica) vari significati propriamente derivati dal culto della pietra essendo puntati al cielo, anche significati magici.


Sulla superficie esterna della copertura sono tracciati, con latte di calce, disegni vari ispirati ad una simbologia derivante da diverse tradizioni che servivano a scacciare il malocchio e a portare fortuna agli abitanti del trullo.
Sono classificati in: primitivi magici - pagani - cristiani - ornamentali - grotteschi.
La maggior parte dei simboli sono di origine cristiana; i simboli pagani si distinguono con forme di animali e piante; i simboli ornamentali e grotteschi descrivono vasi di fiori, due cuori intrecciati, una stella e un angelo, le iniziali del proprietario, il simbolo del suo lavoro o delle sue produzioni agricole.


le fasi di costruzione sono le seguenti

Alberobello, in provincia di Bari, nella Valle d’Itria, vanta la più alta concentrazione di trulli in un abitato: circa 1.300 divisi tra i rioni Monti e Aia Piccola, ma anche altri paesi vicini come Locorotondo e Martina Franca soprattutto, Cisternino, Ostuni, Fasano, Noci, Putignano, presentano pregevoli esempi di architettura in pietra a secco, sparsi nella campagna o inseriti nel tessuto urbano, coinvolgendo pertanto ben tre province pugliesi: Bari, Brindisi e Taranto.

L’alta concentrazione di trulli risale alla seconda metà del XVI secolo quando la zona cominciò a popolarsi di contadini e Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona, Conte di Conversano, detto il “Guercio”, aspirava a fare della Selva (Alborebello deriva dal latino Sylva Arboris Belli: Selva dell’albero della guerra) un proprio feudo indipendente dalla corte di Napoli; e, a tal fine, spinse i contadini e le loro famiglie a viverci.
Ma quando l’editto Prammatica de Baronibus impose l’autorizzazione regia per ogni nuova costruzione, il Guercio, che non aveva alcuna intenzione di dividere le rendite fiscali con chiunque, costrinse i sudditi a costruire con pietra a secco, con assoluto divieto di usare la malta come legante; così in caso di ispezioni governative, le case sarebbero state demolite con facilità e riedificate in poco tempo.
I trulli ebbero da allora larga diffusione, perché oltre al decreto dei Conti di Conversano di edificare a secco senza l’uso della malta, c’erano anche ragioni di ordine pratico ed economico, come l’abbondanza di pietre calcaree di cui occorre sgombrare il terreno agricolo, il minor costo di costruzione, il miglior riparo dal caldo offerto dagli spessi muri.
Non tutti i trulli sono costruiti a secco. Quando il 27 maggio 1797 la Selva fu dichiarata libera dalla signoria dei Conti di Conversano e assunse il nome di Alberobello, cadde il divieto di usare la malta come legante dei conci di pietra per la costruzione dei trulli.

Dal dicembre 1996 i Trulli di Alberobello sono stati dichiarati dall'UNESCO Patrimonio Mondiale dell'Umanità.


“La povertà è una vecchia disgrazia degli uomini, ma da poco tempo si sa davvero che è un male da cui dobbiamo liberarci: così da poco tempo si sa davvero che cosa debba essere una casa.
Nella storia dell’architettura, chè una significativa parata di monumenti, pare che la casa abbia avuto sempre meno importanza del tempio, del sepolcro, dell’arco di trionfo o della fortezza.
Eccettuate le antiche case romane di Pompei e le nostre umanissime e variate case rurali, dove trovate altri esempi che ci confortino?
Questa disposizione dei popoli a far per secoli e secoli le spese e le dimore per gli dei, per i tiranni, per i morti, senza mai pensare a sé, è di un altruismo che rasenta la stravaganza”.

Ernesto Nathan Rogers - Esperienza dell’architettura - Einaudi, 1958

Immagini in ordine di pubblicazione tratte da:

imasseria.com / geocities.com / brochure ALBEROBELLO IN MINIATURA di Orazio Annese - Via Monte San Michele, 34 - Alberobello / trulliholiday.com / digilander.libero.it

Links utili: http://www.alberobello.net/ - http://www.tuttoalberobello.it/ - www.italweb.it/alberobello - http://www.trulliland.it/