Da LA SETTIMANA ENIGMISTICA n.4460 del 14.09.2017
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Area No Tax - Progetto di Bonelli
“I fondi
sequestrati dalla magistratura milanese ai Riva non vanno usati per il
risanamento degli impianti, ma per la bonifica dei suoli inquinati dall’Ilva”. Lo sostiene Angelo
Bonelli, coportavoce nazionale dei Verdi e consigliere comunale del capoluogo
ionico durante una conferenza nella quale ha illustrato il suo progetto per la riconversione industriale della
città secondo il modello già seguito in altri centri come Bilbao o Pittsburgh.
Un progetto, inviato al
presidente del Consiglio Matteo Renzi, che prevede l’istituzione per 5 anni di
un’area “No Tax” a favore di imprese
e attività produttive “non insalubri”.
Bonelli e il movimento “Taranto Respira” indicano come destinatari delle
agevolazioni fiscali imprese che si occupino di ricerca nel settore
della green economy, dell’innovazione, dell’efficienza energetica, del terziario
e anche dell’edilizia per il recupero del centro storico di Taranto che giorno
dopo giorno si sgretola tra incuria e degrado.
Nel documento consegnato
alla stampa si parla di riduzione delle accise e degli oneri di sistema su
benzina, gasolio e bollette, tagli fino al 50 per cento di Irap e Ires,
contributo alle aziende per la costruzione di nuove strutture fino a un massimo
di 500 mila euro. Non solo. Il co-portavoce dei Verdi, infatti, chiede
l’istituzione di un fondo per il sostegno dell’agricoltura, duramente colpita a
seguito delle emissioni nocive dell’Ilva, ma soprattutto propone la “riqualificazione, la trasformazione e
rigenerazione urbana e ambientale, a partire dai suoli contaminati, con un
gruppo operativo di urbanisti, architetti coordinati da Renzo Piano”. Una
serie di cantieri, quindi, che secondo Bonelli garantirebbe 35 mila nuovi posti di lavoro per circa sette anni.
E i fondi? Secondo
l’ambientalista sono cinque le strade da seguire per le coperture:
- un contributo per 10 anni grazie a un prelievo dello 0,7 per cento sui redditi compresi tra 120 mila e 250 mila e pari a 1 per cento per quelli superiori a 250 mila euro;
- lo storno del prezzo di 12 aerei F-35 pari a oltre 1,5 miliardi di euro;
- la imposizione di 1 centesimo come accisa sui carburanti per 10 anni;
- fondi statali per le bonifiche da aggiungere a quelli già stanziati;
- il recupero dei fondi regionali per la costruzione di una piattaforma logica collegata al porto ionico.
Infine, il leader dei
Verdi ha spiegato che l’esistenza dell’area a caldo dell’Ilva, quella composta
dai sei reparti sequestrati dal gip Patrizia Todisco il 26 luglio 2012, è “incompatibile con la città e la salute della
sua popolazione” e quindi è necessario prevederne “la chiusura”.
Ma oltre all’Ilva,
Bonelli ha definito incompatibile anche “Tempa Rossa”: il progetto dell’Eni
avallato dai ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo lo scorso 17 luglio
nonostante tre giorni prima il consiglio comunale avesse ufficializzato il suo
no al potenziamento della raffineria. Un progetto che prevede l’assunzione di
53 operai per 24 mesi e che alla fine della costruzione dei due mega serbatoi
per lo stoccaggio del greggio proveniente dalla Basilicata produrrebbe, secondo
la stessa Eni, l’aumento delle emissioni del 12 per cento l’anno.
L’arte non è Cosa Nostra
Vittorio Sgarbi fa bene ad incazzarsi vista la situazione che esiste da tantissimo tempo nel campo dell’arte: sempre ci sono stati figli e figliastri. Il critico e storico dell’arte è contro tutti sulla 54ª Esposizione Internazionale d’Arte che si terrà a Venezia dal 4 giugno al 27 novembre 2011, dal titolo ILLUMI/NAZIONI.
Vittorio Sgarbi attaccando la curatrice della Biennale Bice Curiger e alternando lodi a Silvio Berlusconi ha presentato a Roma il Padiglione Italia, di cui è il curatore alla prossima Biennale di Venezia.
“Chi stabilisce se un artista può entrare o no alla Biennale? La mafia del mercato. Io la contrasto”. Così Vittorio Sgarbi esordisce in una torrenziale conferenza stampa.
Chiamato a questo incarico da Sandro Bondi e in lite con Giancarlo Galan, neoministro ai Beni Culturali che ha bocciato la sua nomina a sovrintendente del Polo museale veneziano, il critico aveva annunciato per due volte nelle scorse settimane le dimissioni. Poi le ha ritirate e così giovedì scorso, 5 maggio, ha presentato il suo faraonico progetto. Un progetto che dovrebbe coinvolgere tra Venezia, l’Italia e il mondo (prevede, oltre alle esposizioni in Laguna, mostre nelle varie regioni e anche negli Istituti italiani di cultura all’estero) quasi duemila artisti.
Nelle intenzioni di Sgarbi il Padiglione Italia deve documentare lo stato dell’arte italiana contemporanea con 200 artisti viventi e operanti dal 2001 ad oggi, tutti scelti da intellettuali italiani e stranieri “il cui credito è riconosciuto per qualunque riflessione essi facciano sul nostro tempo”. Tra questi Ernesto Galli Della Loggia, Tullio De Mauro, Enzo Bianchi, Dante Ferretti, Claudio Magris, Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Ennio Morricone, Ferzan Ozpetek, Marc Fumaroli.
“A ciascuna di queste 200 persone - ha detto il critico ferrarese - ho chiesto di indicarmi il pittore, il fotografo, il ceramista, il designer, il videoartista che egli ritenga più interessante in questa apertura del nuovo millennio”.
Il filo conduttore dell’intero Padiglione Italia è "L’arte non è Cosa Nostra".
Vittorio Sgarbi attaccando la curatrice della Biennale Bice Curiger e alternando lodi a Silvio Berlusconi ha presentato a Roma il Padiglione Italia, di cui è il curatore alla prossima Biennale di Venezia.
“Chi stabilisce se un artista può entrare o no alla Biennale? La mafia del mercato. Io la contrasto”. Così Vittorio Sgarbi esordisce in una torrenziale conferenza stampa.
Chiamato a questo incarico da Sandro Bondi e in lite con Giancarlo Galan, neoministro ai Beni Culturali che ha bocciato la sua nomina a sovrintendente del Polo museale veneziano, il critico aveva annunciato per due volte nelle scorse settimane le dimissioni. Poi le ha ritirate e così giovedì scorso, 5 maggio, ha presentato il suo faraonico progetto. Un progetto che dovrebbe coinvolgere tra Venezia, l’Italia e il mondo (prevede, oltre alle esposizioni in Laguna, mostre nelle varie regioni e anche negli Istituti italiani di cultura all’estero) quasi duemila artisti.
Nelle intenzioni di Sgarbi il Padiglione Italia deve documentare lo stato dell’arte italiana contemporanea con 200 artisti viventi e operanti dal 2001 ad oggi, tutti scelti da intellettuali italiani e stranieri “il cui credito è riconosciuto per qualunque riflessione essi facciano sul nostro tempo”. Tra questi Ernesto Galli Della Loggia, Tullio De Mauro, Enzo Bianchi, Dante Ferretti, Claudio Magris, Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Ennio Morricone, Ferzan Ozpetek, Marc Fumaroli.
“A ciascuna di queste 200 persone - ha detto il critico ferrarese - ho chiesto di indicarmi il pittore, il fotografo, il ceramista, il designer, il videoartista che egli ritenga più interessante in questa apertura del nuovo millennio”.
Il filo conduttore dell’intero Padiglione Italia è "L’arte non è Cosa Nostra".
Per Sgarbi infatti esisterebbe un sistema mafioso non solo nell’economia ma anche nel mondo dell’arte, con curatori che promuovono sempre i “loro protetti”, e questo sistema, secondo lui, va combattuto e sconfitto.In che modo? Facendo, verrebbe da dire, “Todos caballeros”, ossia tutti curatori, tutti artisti e tutti critici. Perché a scegliere le opere in mostra, a quanto par di capire, saranno gli stessi artisti indicati dagli intellettuali (se gli altri hanno potuto indicare un solo artista, Italo Zannier ha avuto da Sgarbi la facoltà di scegliere una pattuglia di fotografi).
Non mancano tra gli artisti nomi famosi: ci sono Vanessa Beecroft, Michelangelo Pistoletto, Carla Accardi, Sandro Chia, Oliviero Toscani. Ma più che lo stato dell’arte contemporanea in Italia, si avrà un panorama del gusto attuale degli intellettuali italiani. Non c’è al momento però la certezza che nei 3000 metri quadri dell’esposizione tutte le opere possano essere esposte: “Finora - ha detto ancora Sgarbi - si è trovato posto solo per 190 artisti, mentre ne dovremo ospitare 230”. Davanti all’Arsenale, nelle Tese di San Cristoforo, troveranno spazio invece le opere dei 200 artisti scelti nelle Accademie di Belle Arti italiane. E per chi il posto non lo avrà, Sgarbi sta pensando con l’architetto Benedetta Tagliabue ad un allestimento con grandi gommoni che sullo specchio d’acqua dell’Arsenale ospiteranno le opere “clandestine”, tra cui anche quelle di artisti stranieri, come Cy Twombly, che hanno lavorato in Italia.
Ma l’incertezza, a un mese dall’inaugurazione, riguarda anche il finanziamento dell’intera operazione: “Finora - ha affermato Sgarbi - non ho avuto una lira per il mio lavoro, ho dovuto anticipare le spese e i viaggi di tasca mia: lavoro da un anno come curatore ma c’è una totale assenza di finanziamenti pubblici. L’unica garanzia l’ho avuta da Berlusconi. Non ho visto ancora un contratto e non è detto che lo accetti quando mi verrà presentato”.
La dottoressa Antonia Pasqua Recchia, direttore generale del MiBAC, ha puntualizzato: “Il ministero ha destinato 1 milione di euro alla Biennale per l’allestimento del Padiglione Italia, che servirà a coprire varie voci, dall’assicurazione delle opere alla pubblicità, e che comprende anche il compenso del curatore: questo è stato possibile solo grazie all’intervento del ministro Galan, che ha stanziato un fondo aggiuntivo di 750 mila euro oltre i 250 mila previsti prima del reintegro del FUS - Fondo Unico per lo Spettacolo”.
Vittorio Sgarbi non ha risparmiato attacchi nei confronti di precedenti curatori della Biennale come Francesco Bonami e Achille Bonito Oliva e verso l’attuale curatrice, la svizzera Bice Curiger: “Non è accettabile - ha detto - che per la sua vanità si spostino delle opere da un museo all’altro della stessa città. È una bestemmia trasferire ai Giardini il Trafugamento di Tintoretto”.
Dimentica, replicano dalla Biennale, le opere di Giorgione o di Bosch che in passato lui stesso a Venezia ha spostato per allestire le mostre di Palazzo Grimani.
Da Sgarbi lodi incondizionate solo per l’ex ministro Bondi e per Berlusconi: “Mi ha anche proposto di fare il sottosegretario ai Beni culturali, ma ho rifiutato perché dal 18 maggio conduco un programma in tv”.
Notizie tratte da: lastampa.it / Rocco Moliterni
I designer d’oggi?
Su Sette del Corriere della Sera è stata pubblicata il 14 aprile l’intervista fatta dal giornalista freelance Vittorio Zincone (1971) ad Enzo Mari (1932), uno dei massimi esponenti del design mondiale, dal titolo “I designer d’oggi? Nani, ballerine e ignoranti”.
L’intervista evidenzia chiaramente una denuncia di come il consumismo sia in mano ai produttori e del progressivo degrado del lavoro progettuale odierno.
Enzo mari afferma dicendo: “I designer sono i primi tra i miei nemici. Il 95% è totalmente ignorante. Sono dei piccoli robot che accettano come valore solo il mercato. Poi c’è un 5% che capisce, ma cinicamente accetta le distorsioni dello stesso mercato: oggetti costruiti solo per durare qualche mese… Non servono a chi li acquista ma a chi li produce per fare profitto. E’ legittimo, ma non si riempiano riviste e volumi per dire che questi lavori contengono qualcosa di cui la società ha bisogno. Da trent’anni si producono oggetti di design che hanno l’unico scopo/caratteristica di sembrare diversi uno dall’altro. Nulla di nuovo”.
L’intervista evidenzia chiaramente una denuncia di come il consumismo sia in mano ai produttori e del progressivo degrado del lavoro progettuale odierno.
Enzo mari afferma dicendo: “I designer sono i primi tra i miei nemici. Il 95% è totalmente ignorante. Sono dei piccoli robot che accettano come valore solo il mercato. Poi c’è un 5% che capisce, ma cinicamente accetta le distorsioni dello stesso mercato: oggetti costruiti solo per durare qualche mese… Non servono a chi li acquista ma a chi li produce per fare profitto. E’ legittimo, ma non si riempiano riviste e volumi per dire che questi lavori contengono qualcosa di cui la società ha bisogno. Da trent’anni si producono oggetti di design che hanno l’unico scopo/caratteristica di sembrare diversi uno dall’altro. Nulla di nuovo”.
Inoltre focalizza l'argomento nella convinzione che: "La cultura umanistica ti fornisce un corrimano etico che ti accompagna in tutte le scelte. Nel design vuol dire anche progettare per la gente, ignorando il mercato".
Nichi Vendola e l'attualità
A Radio Anch'io, giovedì 3 marzo, ospite Nichi Vendola leader di Sinistra e Libertà ha risposto alle domande del conduttore, Ruggero Po, e degli ascoltatori sui temi dell’attualità nazionale e internazionale, dalle politiche per il Mediterraneo, all’emergenza umanitaria alle vicende interne nei rapporti tra maggioranza e opposizione e dentro la stessa opposizione.
"La storia comincia a correre e si rompe il vecchio mappamondo. Il Mediterraneo torna al centro della scena del mondo. I giovani libici chiedono la cacciata del rais Muammar Gheddafi che è stato un despota per molti anni a disposizione dell'Occidente per il lavoro sporco".
Nichi Vendola a Radio Anch'io, su Radio Rai, critica le titubanze attuali e le complicità del passato dell'Occidente nei confronti del colonnello Gheddafi. E allarga il discorso a Cina e Cuba abbattendo i vecchi tabù della sinistra.
"Questo - ha aggiunto Nichi Vendola - rende davvero visibile la meschinità delle classi dirigenti dell'Europa che di fronte a un popolo che scende in marcia e guadagna la propria libertà, si mostra turbata invece di brindare. Ma questo è un cammino che dovrà riguardare anche l'Iran e la Cina. E dico alla gente mia, a chi ha amato come me Ernesto Guevara detto il Che, che questa evoluzione verso la democrazia e la libertà riguarda anche Cuba: non c'è più alibi e giustificazione al mondo per nessun regime autoritario".
"La storia comincia a correre e si rompe il vecchio mappamondo. Il Mediterraneo torna al centro della scena del mondo. I giovani libici chiedono la cacciata del rais Muammar Gheddafi che è stato un despota per molti anni a disposizione dell'Occidente per il lavoro sporco".
Nichi Vendola a Radio Anch'io, su Radio Rai, critica le titubanze attuali e le complicità del passato dell'Occidente nei confronti del colonnello Gheddafi. E allarga il discorso a Cina e Cuba abbattendo i vecchi tabù della sinistra.
"Questo - ha aggiunto Nichi Vendola - rende davvero visibile la meschinità delle classi dirigenti dell'Europa che di fronte a un popolo che scende in marcia e guadagna la propria libertà, si mostra turbata invece di brindare. Ma questo è un cammino che dovrà riguardare anche l'Iran e la Cina. E dico alla gente mia, a chi ha amato come me Ernesto Guevara detto il Che, che questa evoluzione verso la democrazia e la libertà riguarda anche Cuba: non c'è più alibi e giustificazione al mondo per nessun regime autoritario".
Il monologo di Masaniello
Aldo Grasso (1948) giornalista e critico televisivo.
Se uno amasse davvero il Servizio pubblico dovrebbe cominciare ad astenersi dall’usare il Servizio pubblico per fatti personali, per regolare i propri conti con chi la pensa in maniera diversa, per ergersi a Sentinella Unica della Democrazia. E invece, ancora una volta, Michele Santoro ha aperto “Annozero” con un lunghissimo intervento dedicato alle sue vicende, al suo addio all’azienda. Un monologo di venti minuti contro tutti, scritto e recitato, lo sguardo allucinato rivolto alla telecamera, uno show militante, un delirio di onnipotenza che farà testo. Ci sono molti modi per dirsi addio, anche in campo professionale, alcuni più eleganti e discreti, altri meno. Santoro ha scelto il più clamoroso, usando persino espressioni che appartengono al gergo delle vecchie soubrette (“il mio pubblico”). Ha alzato il dito contro Sergio Zavoli, contro la Commissione di vigilanza, contro i vertici Rai, contro i politici del PD che non lo hanno sostenuto, contro i direttori di giornale che non gli hanno dedicato un martirologio. Nell’invettiva, si è chiesto a gran voce se deve ritenersi un giornalista scomodo per la Rai o una risorsa strategica per l’azienda.

Si è anche dato una risposta. Nella foga ha persino detto che il suo programma “dev’essere considerato la perla del Servizio pubblico”. Quello che non si è capito è se vuole veramente andarsene oppure restare: “L’accordo non è ancora stato firmato. Se voi pensate che Annozero sia un prodotto proibito, scabroso del Servizio pubblico, che non prevede quel tasso di libertà, di spregiudicatezza, di senso critico, allora lasciatemi andare via”. Poi il coup de théâtre finale: “Volete che rimanga in Rai? Chiedetemelo”. Più correttamente, avrebbe dovuto dire: rivolgetevi al mio agente Lucio Presta.
Se Santoro lascia la Rai sarà una perdita: sa fare il suo mestiere, è una voce critica, non governativa, procura profitti all’azienda.
Ma Santoro dovrebbe una buona volta smettere di credersi il Masaniello della TV, il solo tutore delle nostre coscienze e liberarsi di quella grossolanità ideologica che mette i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.
Col passare del tempo, questo suo vizio antico si è ingigantito e i cattivi sono diventati tutti gli altri e il buono (il generale Custer assediato dagli indiani) è rimasto solo lui, ipertrofico e autocompiaciuto.
Un venditore ambulante di libertà.
Certo con il suo pubblico, i suoi adepti, le sue tricoteuses.
corriere.it - 21 maggio 2010
L’incazzato storico
ninniandmary.blogspot.com
Durante la trasmissione televisiva “Ballarò” condotta da Giovanni Floris, andata in onda martedì 4 maggio avente come tema “I nodi della maggioranza”, si stava discutendo del governo del Paese tra divisioni interne, inchieste, testimonianze e smentite su una “casa davanti al Colosseo” acquistata dal Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola.
Argomento questo di normale discussione, quando ad un certo punto Massimo D'Alema, uno degli ospiti della trasmissione, comincia a fare il moralista su Claudio Scajola mentre il giornalista e condirettore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, suo interlocutore, gli ricorda pacatamente e di tutta battuta, lo storico scandalo di “Affittopoli” [1] in cui D’Alema fu coinvolto e pertanto non era il caso di fare il moralista sulle case degli altri.
Massimo D’Alema esplode in diretta. Mai aveva urlato in quel modo.
Insulta pubblicamente il giornalista dicendogli:
“Vada a farsi fottere, lei è un bugiardo e un mascalzone”.
E durante l’acceso battibecco continua ad offendere:
“Io capisco che la pagano per venire qui a fare il difensore d’ufficio del governo”
“Io capisco che è sul libro paga di Berlusconi e della famiglia Berlusconi”
“Le daranno un premio per questo numero. Le manderanno qualche signorina”
“Però, capisco che lei deve guadagnarsi il pane, ma questo modo è vergognoso”
“Ma io non la faccio più parlare, è finita la sua serata”
“Lei è un bugiardo. Lei è un provocatore”
Una caduta di stile senza precedenti.
Argomento questo di normale discussione, quando ad un certo punto Massimo D'Alema, uno degli ospiti della trasmissione, comincia a fare il moralista su Claudio Scajola mentre il giornalista e condirettore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, suo interlocutore, gli ricorda pacatamente e di tutta battuta, lo storico scandalo di “Affittopoli” [1] in cui D’Alema fu coinvolto e pertanto non era il caso di fare il moralista sulle case degli altri.
Massimo D’Alema esplode in diretta. Mai aveva urlato in quel modo.
Insulta pubblicamente il giornalista dicendogli:
“Vada a farsi fottere, lei è un bugiardo e un mascalzone”.
E durante l’acceso battibecco continua ad offendere:
“Io capisco che la pagano per venire qui a fare il difensore d’ufficio del governo”
“Io capisco che è sul libro paga di Berlusconi e della famiglia Berlusconi”
“Le daranno un premio per questo numero. Le manderanno qualche signorina”
“Però, capisco che lei deve guadagnarsi il pane, ma questo modo è vergognoso”
“Ma io non la faccio più parlare, è finita la sua serata”
“Lei è un bugiardo. Lei è un provocatore”
Una caduta di stile senza precedenti.
E meno male che D'Alema era partito pacato rassicurando il pubblico, in apertura di trasmissione, affermando: ”Non siamo qui a celebrare processi”.
Anche se poi, annunciando in pubblico in modo solenne eventi funesti, aveva avvertito:
“Dobbiamo stare attenti perché la politica ha subìto un collasso agli inizi degli anni ’90, perché era diventata un intreccio con gli affari e qui si ravvedono gli stessi sintomi”.
Questa è una storia che fa fatto infuriare Massimo D’Alema. Tanti ormai avevano già dimenticato o non conoscevano affatto l’argomento perché tanto tempo è passato. Adesso la storia della “casa di Via Musolino a Trastevere” la conoscono tutti, grazie soltanto a lui.
Insulti davanti a milioni di telespettatori.
La sua condotta ha compromesso la dignità professionale.
Anche se poi, annunciando in pubblico in modo solenne eventi funesti, aveva avvertito:
“Dobbiamo stare attenti perché la politica ha subìto un collasso agli inizi degli anni ’90, perché era diventata un intreccio con gli affari e qui si ravvedono gli stessi sintomi”.
Questa è una storia che fa fatto infuriare Massimo D’Alema. Tanti ormai avevano già dimenticato o non conoscevano affatto l’argomento perché tanto tempo è passato. Adesso la storia della “casa di Via Musolino a Trastevere” la conoscono tutti, grazie soltanto a lui.
Insulti davanti a milioni di telespettatori.
La sua condotta ha compromesso la dignità professionale.
LA REAZIONE
“La scarsa considerazione - ma è un eufemismo - per il lavoro e il ruolo dei giornalisti è ormai pensiero dominante nella nostra classe politica. Il turpiloquio e le offese davanti alle telecamere di Ballarò dell'on. Massimo D'Alema - giornalista anch'egli - nei confronti del condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti, è purtroppo sintomo di un disprezzo che va al di là dei colori politici. Se a questo si aggiunge la fine della cronaca giudiziaria decretata con il voto di ieri della Commissione Giustizia del Senato, si ha un quadro del baratro in cui sta precipitando l'informazione in Italia. E poi ci chiediamo perché nelle valutazioni internazionali sulla libertà di stampa l'Italia sia al 49esimo posto, appena prima del Benin”.
(Tutti uniti contro i giornalisti - 07.05.2010 - odg.it)
LA NOSTRA CONCLUSIONE
C’era una volta una bella e giovane volpe che cadde disgraziatamente in una tagliola. Riuscì a fuggire ma gran parte della coda rimase nella tagliola.
Si sa che la bellezza delle volpi è appunto nella coda, e pertanto si vergognava di farsi vedere in giro con la coda mozzata.
Gli animali che la conoscevano ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia.
Tutti mantennero il segreto tranne un “galletto” che rivelò la confidenza a qualcuno fino a quando la cosa fu saputa dai padroni dei pollai, i quali per dispetto accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia.
La volpe, per paura di bruciarsi la coda, da quel momento evitò di avvicinarsi alle stie.
“La scarsa considerazione - ma è un eufemismo - per il lavoro e il ruolo dei giornalisti è ormai pensiero dominante nella nostra classe politica. Il turpiloquio e le offese davanti alle telecamere di Ballarò dell'on. Massimo D'Alema - giornalista anch'egli - nei confronti del condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti, è purtroppo sintomo di un disprezzo che va al di là dei colori politici. Se a questo si aggiunge la fine della cronaca giudiziaria decretata con il voto di ieri della Commissione Giustizia del Senato, si ha un quadro del baratro in cui sta precipitando l'informazione in Italia. E poi ci chiediamo perché nelle valutazioni internazionali sulla libertà di stampa l'Italia sia al 49esimo posto, appena prima del Benin”.
(Tutti uniti contro i giornalisti - 07.05.2010 - odg.it)
LA NOSTRA CONCLUSIONE
C’era una volta una bella e giovane volpe che cadde disgraziatamente in una tagliola. Riuscì a fuggire ma gran parte della coda rimase nella tagliola.
Si sa che la bellezza delle volpi è appunto nella coda, e pertanto si vergognava di farsi vedere in giro con la coda mozzata.
Gli animali che la conoscevano ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia.
Tutti mantennero il segreto tranne un “galletto” che rivelò la confidenza a qualcuno fino a quando la cosa fu saputa dai padroni dei pollai, i quali per dispetto accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia.
La volpe, per paura di bruciarsi la coda, da quel momento evitò di avvicinarsi alle stie.
[1] Lo scandalo colpì la scena italiana nella seconda metà del 1995 e il primo a parlarne fu Il Giornale, nell’estate del 1995.
Il problema nacque quando, alla fuga di tale notizia, corrispose un coinvolgimento generale di parlamentari, senatori e politici locali, oltre 30 inquilini privilegiati appartenenti ad entrambi gli schieramenti.
Il meccanismo è così semplice che anche nel 2007 L’Espresso ha denunciato il continuare di tali pratiche, anche a carico di personaggi ritenuti eticamente validi, ma pur sempre costretti ad essere politici e come tali privilegiati.
Lo scandalo del 1995 coinvolse, tra i tanti, D’Alema, Veltroni, Casini, Mastella, Tatarella e De Mita, rei di aver abitato in case quasi lussuose dalle metrature astronomiche pagandole prezzi irrisori.
Le cifre diffuse ai tempi da quotidiani come Repubblica o Il Giornale si attestano su circa Euro 600-800 per valori affittuari superiori agli Euro 2000. Il segreto, l’uso incondizionato dell’equo canone, riservato in realtà a famiglie in difficoltà per l’affitto delle case popolari.
Lo scandalo del 2007, di minor portata, riguarda invece l’acquisto vero e proprio di abitazioni di lusso. Il settimanale L’Espresso dedicò una copertina e un’edizione intera al riproporsi del fatto, dimostrando che in realtà nessuno ha mai smesso di utilizzare equo canone e acquisti agevolati riservati ai cittadini per i propri affari immobiliari. Anche in questo caso nomi importanti da Marini a Cossiga, poi ancora Mastella, e Violante, Bonanni e Casini.
In entrambi i casi nessun indagato e nessuna inchiesta conclusa. Forse ci illudiamo che con gli stipendi elevati, e i rimborsi spese, e i regali, un politico italiano possa almeno conservare i principi Repubblicani dell’etica e della giustizia. Ma nessuno dei citati ha mai ammesso nulla, e ha mai rinnegato niente. Tutto normale nel paese della Casta.
Il lato oscuro della rete
Gian Antonio Stella (1953) giornalista e scrittore.
Abbiamo toccato il fondo… o quasi.
Interessante, ragionevole, analitico è il pezzo di Gian Antonio Stella di seguito pubblicato, ma dobbiamo ricordare l’approvazione, a marzo di quest'anno, della relazione di Stavros Lambrinidis, menbro del Parlamento Europeo e vicepresidente della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, circa il rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet.
Il Parlamento chiedeva di lottare con determinazione contro i crimini commessi su e tramite Internet, senza però compromettere la libertà di espressione e la privacy, rilevando tra l’altro che il web può anche essere utilizzato per incitare al terrorismo e commettere cybercrimini.
Interessante, ragionevole, analitico è il pezzo di Gian Antonio Stella di seguito pubblicato, ma dobbiamo ricordare l’approvazione, a marzo di quest'anno, della relazione di Stavros Lambrinidis, menbro del Parlamento Europeo e vicepresidente della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, circa il rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet.
Il Parlamento chiedeva di lottare con determinazione contro i crimini commessi su e tramite Internet, senza però compromettere la libertà di espressione e la privacy, rilevando tra l’altro che il web può anche essere utilizzato per incitare al terrorismo e commettere cybercrimini.
Ma davvero “in democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchezze più grandi che crede”, come teorizzò nel 2003 l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli mettendosi di traverso alla legge europea che voleva ridefinire i reati di razzismo e xenofobia? Roberto Maroni, vista l’immondizia che trabocca online a sostegno dell’uomo che ha scaraventato una statuetta in faccia a Silvio Berlusconi (c’è chi si è spinto a scrivere: “Gli doveva rompere il cranio a quel testa d’asfalto!”) pensa di no. E ha ragione. Se è vero che la nostra libertà finisce là dove inizia la libertà degli altri, anche la libertà di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un limite. Che non è solo il buon senso: è il codice penale.
Ci sono delle leggi: l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove divampa una guerra che quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Come ha spiegato Antonio Roversi nel libro “L’odio in Rete”, il lato oscuro del web “è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento”. Tomas Maldonado l’aveva già intuito anni fa: ”In queste comunità elettroniche cessa il confronto, il dialogo, il dissenso e cresce il rischio del fanatismo. Web significa Rete ma anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comunicazione, a differenza della tivù, sembra potersi esercitare senza controllo». Ma più libertà di odio è più democrazia? È una tesi dura da sostenere. E pericolosa. Perché, diceva Fulvio Tomizza, che aveva visto il suo piccolo paradiso istriano disintegrarsi in una faida etnica un tempo inimmaginabile, «devono ancora inventarlo un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio”.
Colpire Internet, dicono gli avvocati di Google denunciata per certi video infami su YouTube ( esempio: un disabile pestato e irriso dai compagni) “è come processare i postini per il contenuto delle lettere che portano”. E lo stesso ministro degli Interni non si è nascosto la difficoltà di avventurarsi in battaglie internazionali contro un gigante immenso e impalpabile. Peggio, c’è il rischio di far la fine dello scoiattolino dell’«Era glaciale»: a ogni forellino che tappa, l’acqua irrompe da un’altra parte. Ancora più rischioso, però, sarebbe avviare una (giusta) campagna contro solo una parte dell’odio online. Trascurando tutti gli altri siti che tracimano di fiele come quelli che impunemente scrivono d’un “olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei”, di “fottuti schifosi puzzoni stramaledetti sporchi negri mangiabanana”, di “maledetti zingari immigrati razza inutile sporca da torturare”, di respingimenti da abolire perché “la soluzione a questi problemi è il napalm, altro che rimpatri”. Non puoi combattere l’odio se non lo combatti tutto. Andando a colpire sia i teppisti razzisti che sputano online su Umberto Bossi chiamandolo “paralitico di m.” sia quanti aprono gruppi di Facebook intitolati “Io odio Di Pietro” o “Uccidiamo Bassolino”.
Mai come stavolta, però, il buon esempio deve venire dall’alto. Occorre abbassare i toni. Tutti.
(Gian Antonio Stella - CORRIERE DELLA SERA.it - 15.12.2009)
Ci sono delle leggi: l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove divampa una guerra che quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Come ha spiegato Antonio Roversi nel libro “L’odio in Rete”, il lato oscuro del web “è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento”. Tomas Maldonado l’aveva già intuito anni fa: ”In queste comunità elettroniche cessa il confronto, il dialogo, il dissenso e cresce il rischio del fanatismo. Web significa Rete ma anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comunicazione, a differenza della tivù, sembra potersi esercitare senza controllo». Ma più libertà di odio è più democrazia? È una tesi dura da sostenere. E pericolosa. Perché, diceva Fulvio Tomizza, che aveva visto il suo piccolo paradiso istriano disintegrarsi in una faida etnica un tempo inimmaginabile, «devono ancora inventarlo un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio”.
Colpire Internet, dicono gli avvocati di Google denunciata per certi video infami su YouTube ( esempio: un disabile pestato e irriso dai compagni) “è come processare i postini per il contenuto delle lettere che portano”. E lo stesso ministro degli Interni non si è nascosto la difficoltà di avventurarsi in battaglie internazionali contro un gigante immenso e impalpabile. Peggio, c’è il rischio di far la fine dello scoiattolino dell’«Era glaciale»: a ogni forellino che tappa, l’acqua irrompe da un’altra parte. Ancora più rischioso, però, sarebbe avviare una (giusta) campagna contro solo una parte dell’odio online. Trascurando tutti gli altri siti che tracimano di fiele come quelli che impunemente scrivono d’un “olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei”, di “fottuti schifosi puzzoni stramaledetti sporchi negri mangiabanana”, di “maledetti zingari immigrati razza inutile sporca da torturare”, di respingimenti da abolire perché “la soluzione a questi problemi è il napalm, altro che rimpatri”. Non puoi combattere l’odio se non lo combatti tutto. Andando a colpire sia i teppisti razzisti che sputano online su Umberto Bossi chiamandolo “paralitico di m.” sia quanti aprono gruppi di Facebook intitolati “Io odio Di Pietro” o “Uccidiamo Bassolino”.
Mai come stavolta, però, il buon esempio deve venire dall’alto. Occorre abbassare i toni. Tutti.
(Gian Antonio Stella - CORRIERE DELLA SERA.it - 15.12.2009)
Sergio Rubini in l'UOMO NERO
Gian Luigi Rondi (1921) crtico cinematografico.
Sergio Rubini racconta il sud, i sogni della sua Puglia nel film L’UOMO NERO, una commedia sentimentale ambientata negli anni ’60.

L'hanno dimostrato certi suoi film di successo quali “Tutto l'amore che c'è”, “L'anima gemella” e, soprattutto “La terra”. Lo dimostra anche il film di oggi, più scopertamente autobiografico dei precedenti, visto con gli occhi di un ragazzetto di una cittadina di provincia accudito da una mamma tenera ma spesso coinvolto nelle ire un po' nevrotiche di un papà che, pur facendo di mestiere il capostazione, ai treni preferisce la pittura. A tal segno da volere un giorno organizzare con i suoi dipinti una mostra dedicata un po' temerariamente a Degas di cui ha copiato l'autoritratto conservato nel museo di Bari. Naturalmente non ha successo, i due critici d'arte locali lo stroncano e continueranno così anche quando lui organizzerà alle loro spalle una beffa che dovrebbe farli ricredere...
I punti di forza del film sono proprio, nel disegno vivace di quella passione per la pittura da cui il padre è affetto. Si tiene in equilibrio sagace fra la commedia ed il dramma, evocandovi attorno una famiglia e un coro di gente paesana affidati in più momenti a colori vividi, qua con accenti caricaturali, là con puntate nell'onirico, dato che il ragazzetto che guarda e ricordando ci racconta ha spesso, anche di giorno, incubi e visioni; a cominciare dall'Uomo Nero del titolo.
In altri momenti il testo, che Rubini ancora una volta si è scritto con i suoi fedeli Domenico Starnone e Carla Cavalluzzi, insiste un po' in episodi marginali, proponendo figure di contorno che non favoriscono la linearità della storia di quel padre pittore dilettante. Nel suo insieme, comunque, il film può convincere perché ha tensioni, ritmi e atmosfere che, specie quando nelle sue cornici provinciali predomina il realismo, pretendono una plausibile attenzione. La facilitano gli interpreti. Non solo lo stesso Rubini che incide a tutto tondo quel suo personaggio passionale e fanatico, ma Valeria Golino, una moglie trepida dagli accenti misurati, e Riccardo Scamarcio un cognato nei panni abilmente ricostruiti di un pittoresco seduttore di paese, destinato però al grigiore.
I punti di forza del film sono proprio, nel disegno vivace di quella passione per la pittura da cui il padre è affetto. Si tiene in equilibrio sagace fra la commedia ed il dramma, evocandovi attorno una famiglia e un coro di gente paesana affidati in più momenti a colori vividi, qua con accenti caricaturali, là con puntate nell'onirico, dato che il ragazzetto che guarda e ricordando ci racconta ha spesso, anche di giorno, incubi e visioni; a cominciare dall'Uomo Nero del titolo.
In altri momenti il testo, che Rubini ancora una volta si è scritto con i suoi fedeli Domenico Starnone e Carla Cavalluzzi, insiste un po' in episodi marginali, proponendo figure di contorno che non favoriscono la linearità della storia di quel padre pittore dilettante. Nel suo insieme, comunque, il film può convincere perché ha tensioni, ritmi e atmosfere che, specie quando nelle sue cornici provinciali predomina il realismo, pretendono una plausibile attenzione. La facilitano gli interpreti. Non solo lo stesso Rubini che incide a tutto tondo quel suo personaggio passionale e fanatico, ma Valeria Golino, una moglie trepida dagli accenti misurati, e Riccardo Scamarcio un cognato nei panni abilmente ricostruiti di un pittoresco seduttore di paese, destinato però al grigiore.
A proposito di Carmelo Bene
Tra i miei ritagli di carta stampata, dell’inizio dell’anno, rileggo: la morte di Carmelo Bene (1937-2002) si avvolge di mistero. Il grande artista italiano potrebbe essere deceduto per "cause non naturali". A sostenerlo è la sorella, Maria Luisa Bene, che chiede l'apertura di un’inchiesta.
Carmelo Bene si spense nella sua casa di Roma il 16 marzo del 2002, dopo essere entrato in coma.
Ma nell’articolo, di seguito riportato, di Andrea Di Consoli pubblicato su IL TEMPO, a proposito della notizia diramata, invece si evidenzia, in maniera analitica, soprattutto la figura di un grande artista impossibile da duplicare e la sua opera unica che non può vivere senza di lui.
Carmelo Bene si spense nella sua casa di Roma il 16 marzo del 2002, dopo essere entrato in coma.
Ma nell’articolo, di seguito riportato, di Andrea Di Consoli pubblicato su IL TEMPO, a proposito della notizia diramata, invece si evidenzia, in maniera analitica, soprattutto la figura di un grande artista impossibile da duplicare e la sua opera unica che non può vivere senza di lui.
Senza dare alcun peso, logicamente, ad un presunto “giallo”.
Carmelo Bene è stato uno dei grandi artisti del secondo Novecento. Il suo cinema, il suo teatro, la sua scrittura sono ai vertici di una sorta di Avanguardia Personale tra le più dirompenti del secolo.
Fiero, collerico, presuntuoso, visionario, eccentrico, bizzarro, dissacrante, luciferino, Bene ha riletto e rivisitato la tradizione poetica, teatrale e cinematografica a partire dal suo talento, dal suo fuoco. Tutto sembra terminare con lui, in una specie di ultima fiammata.
Bene si è posto come “alfa e omega” dell'Arte, metà romantico e metà grottesco, sempre in bilico tra un sublime sorgivo e un disprezzo buffonesco. Bene ha continuamente rovesciato le tradizioni e i canoni; ha depistato i suoi “lettori” con oscurantismi dotti o visionari; ha ribaltato, con la “scrittura di scena”, il professionismo e il servilismo del teatro borghese. Bene non è stato né attore né regista né scrittore: è stato qualcosa in più, ovvero un Artista Assoluto. Tutto ciò che lui ha fatto non costituisce un "repertorio", perché senza Bene la sua opera è morta, è inerte, è “in consumabile”.
È una sorta di damnatio memoriae che il salentino ha lanciato alla posterità; anzi, finché è stato in vita ha giocato più volte a fare il morto, il postumo per eccellenza, l'assente. Il mondo, per Bene, sarebbe finito con la sua morte; e, così issato al centro dell'Arte, Bene non si è mai periferizzato rispetto alla tradizione o ad altro; addirittura, scrisse, fu lui ad apparire alla Madonna.
Carmelo Bene è stato uno dei grandi artisti del secondo Novecento. Il suo cinema, il suo teatro, la sua scrittura sono ai vertici di una sorta di Avanguardia Personale tra le più dirompenti del secolo.
Fiero, collerico, presuntuoso, visionario, eccentrico, bizzarro, dissacrante, luciferino, Bene ha riletto e rivisitato la tradizione poetica, teatrale e cinematografica a partire dal suo talento, dal suo fuoco. Tutto sembra terminare con lui, in una specie di ultima fiammata.
Bene si è posto come “alfa e omega” dell'Arte, metà romantico e metà grottesco, sempre in bilico tra un sublime sorgivo e un disprezzo buffonesco. Bene ha continuamente rovesciato le tradizioni e i canoni; ha depistato i suoi “lettori” con oscurantismi dotti o visionari; ha ribaltato, con la “scrittura di scena”, il professionismo e il servilismo del teatro borghese. Bene non è stato né attore né regista né scrittore: è stato qualcosa in più, ovvero un Artista Assoluto. Tutto ciò che lui ha fatto non costituisce un "repertorio", perché senza Bene la sua opera è morta, è inerte, è “in consumabile”.
È una sorta di damnatio memoriae che il salentino ha lanciato alla posterità; anzi, finché è stato in vita ha giocato più volte a fare il morto, il postumo per eccellenza, l'assente. Il mondo, per Bene, sarebbe finito con la sua morte; e, così issato al centro dell'Arte, Bene non si è mai periferizzato rispetto alla tradizione o ad altro; addirittura, scrisse, fu lui ad apparire alla Madonna.
La sorella di Carmelo Bene dice che suo fratello non morì di cancro al fegato, ma per mano altrui. Quello che non si accetta davvero, però, a nostro avviso, è la sua assenza, che ha reso assente anche la sua opera, la sua possibile memoria. La complessità di Bene ha reso impossibile la sua memoria, obbligatoria la sua smemoratezza. Chiunque tentasse di decifrarlo, è come se venisse travolto dalla sua risata isterica postuma, prepotente finanche nell'Averno. Ha usato certamente le parole, le tradizioni e i “repertori” culturali che noi tutti usiamo, e gli spazi che noi tutti calpestiamo, ma riducendo tutto a sé, al suo sublime e diavolesco disegno.
Sappia la sorella ferita che Carmelo Bene è l'artista più morto dell'Arte universale; uno dei pochi che abbia portato nella tomba la propria opera, senza pensare agli altri e senza pensare al dopo, al dopo del mondo. Carmelo Bene è l'assolutamente morto per eccellenza. È inutilizzabile, se non sotto forma di precaria replica video.
Che sia morto per cancro o altro, rimane il fatto che Carmelo Bene non voleva sopravvivere a se stesso, avendo provato in vita l'ebbrezza di essere postumo, ovvero di essere il più grande morto della stirpe dei vivi. A quel tempo, perciò, secondo noi, bisognava piangere e disperarsi. (Andrea Di Consoli - IL TEMPO - 18.01.2009)
Generazioni, giovani oltre il deserto
Stefano Zecchi (1945) scrittore, giornalista e docente di Estetica presso l'Università degli Studi di Milano.
Nel rapporto fra generazioni si snoda il cammino verso il futuro. Un rapporto complesso, spesso conflittuale, in cui si ritrova il valore di una cultura, il senso dell’educazione e la maturazione della consapevolezza della propria identità sociale.
I nostri giovani sono diventati oggi un facile bersaglio di molteplici critiche, che vanno da un estremo in cui li si condanna senza scusanti, al polo opposto in cui li si santifica come se fossero le vittime designate di un mondo cinico e baro. A conti fatti, prevale di gran lunga il primo atteggiamento: i giovani sarebbero disimpegnati, adulatori dell’effimero, incolti… e chi più ne ha più ne metta.
Dietro a ogni giovane c’è una famiglia, quindi, è da lì che si dovrebbe incominciare per capire sia qual è il ragazzo che abbiamo di fronte, sia qual è in generale, il suo mondo. Consideriamo, per esempio, la realtà giovanile secolarizzata fino all’università: è un segmento certamente molto parziale, ma altrettanto molto significativo perché in esso è presente la futura classe dirigente del Paese, quella che farà opinione, quella che comunque aspira ad avere un lavoro e un ruolo di primo piano.
Se, insomma, nelle aspirazioni e nelle azioni dei giovani si può cogliere il destino di una società, è a questa realtà giovanile che si deve guardare.
Piaccia o no, è ancora la scelta politica a essere discriminante. Naturalmente una concezione della politica che non rinvia di necessità all’adesione a un partito, ma a un orientamento, a un impegno di prospettiva nel sociale. Quando io ho incominciato a insegnare, 38 anni fa, non c’era dubbio che, almeno da un punto di vista quantitativo, prevalevano i giovani che si impegnavano a sinistra. Da questa generazione è nato il 68 e tutto quello che ne è derivato. Oggi la situazione è completamente mutata. L’area, per così dire, di centrodestra comprende ragazzi molto motivati ad approfondire percorsi culturali un tempo assolutamente marginali. Si pensi ai giovani che hanno risposto agli appelli degli ultimi due pontefici, con un entusiasmo e una volontà di conoscenza del messaggio cristiano, che non ha precedenti nella storia del dopoguerra.
Ci sono poi ragazzi interessati a sviluppare i problemi del liberalismo, dell’etica laica, del principio di libertà dell’individuo di fronte allo Stato. Il liberalismo, prima della caduta del Muro di Berlino, era una parola quasi in disuso adoperata da una parte politica assolutamente marginale. Oggi è al centro del dibattito culturale.
E poi giovani che, con i valori tradizionali della destra, si interrogano sul senso della propria identità, ragionano sul valore della famiglia, sul ruolo della scuola, sul significato della Patria, altra parola su cui era caduta l’interdizione della nostra storia recente.
I nostri giovani sono diventati oggi un facile bersaglio di molteplici critiche, che vanno da un estremo in cui li si condanna senza scusanti, al polo opposto in cui li si santifica come se fossero le vittime designate di un mondo cinico e baro. A conti fatti, prevale di gran lunga il primo atteggiamento: i giovani sarebbero disimpegnati, adulatori dell’effimero, incolti… e chi più ne ha più ne metta.
Dietro a ogni giovane c’è una famiglia, quindi, è da lì che si dovrebbe incominciare per capire sia qual è il ragazzo che abbiamo di fronte, sia qual è in generale, il suo mondo. Consideriamo, per esempio, la realtà giovanile secolarizzata fino all’università: è un segmento certamente molto parziale, ma altrettanto molto significativo perché in esso è presente la futura classe dirigente del Paese, quella che farà opinione, quella che comunque aspira ad avere un lavoro e un ruolo di primo piano.
Se, insomma, nelle aspirazioni e nelle azioni dei giovani si può cogliere il destino di una società, è a questa realtà giovanile che si deve guardare.
Piaccia o no, è ancora la scelta politica a essere discriminante. Naturalmente una concezione della politica che non rinvia di necessità all’adesione a un partito, ma a un orientamento, a un impegno di prospettiva nel sociale. Quando io ho incominciato a insegnare, 38 anni fa, non c’era dubbio che, almeno da un punto di vista quantitativo, prevalevano i giovani che si impegnavano a sinistra. Da questa generazione è nato il 68 e tutto quello che ne è derivato. Oggi la situazione è completamente mutata. L’area, per così dire, di centrodestra comprende ragazzi molto motivati ad approfondire percorsi culturali un tempo assolutamente marginali. Si pensi ai giovani che hanno risposto agli appelli degli ultimi due pontefici, con un entusiasmo e una volontà di conoscenza del messaggio cristiano, che non ha precedenti nella storia del dopoguerra.
Ci sono poi ragazzi interessati a sviluppare i problemi del liberalismo, dell’etica laica, del principio di libertà dell’individuo di fronte allo Stato. Il liberalismo, prima della caduta del Muro di Berlino, era una parola quasi in disuso adoperata da una parte politica assolutamente marginale. Oggi è al centro del dibattito culturale.
E poi giovani che, con i valori tradizionali della destra, si interrogano sul senso della propria identità, ragionano sul valore della famiglia, sul ruolo della scuola, sul significato della Patria, altra parola su cui era caduta l’interdizione della nostra storia recente.
Sono tutti ragazzi che vogliono maestri veri per riflettere insieme ed essere orientati: e sanno sceglierseli, i maestri, sanno riconoscere quelli che hanno davvero qualcosa da insegnare. Nell’area della sinistra questo non accade: c’è la consapevolezza che i maestri di un tempo sono oggi inservibili rottami. Alla prova della storia è fallita l’ideologia che aveva alzato il Muro di Berlino, è fallita la cultura sessantottina, è morto e sepolto tutto quel ciarpame filosofico che aveva inneggiato ai "figli dei fiori", all’esistenzialismo stile "on the road" di Kerouac, che aveva teorizzato il nichilismo ilare e gioioso, il pensiero debole e altre sciocchezze che tendevano a marginalizzare l’identità della persona, le sue aspirazioni, le sue speranze. Questa cultura fallimentare, a suo tempo presuntuosa e aggressiva, ha creato un deserto per i giovani di adesso che se ne stanno a sinistra. E, come si sa da antiche storie, i pifferai magici hanno facile presa quando suonano tra il vuoto delle idee. Un tempo i giovani di sinistra lottavano per abolire la divisione sociale del lavoro, oggi si entusiasmano quando Grillo chiede che i parlamentari non facciano più di due legislature. Un bel risultato. (Stefano Zecchi - il Giornale - 16.09.2007)
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