TOTTA e DYLAN

2.3 - Architettura rurale nel Salento

Accumuli concentrati

"li truddi"


Realizzati con una tecnica costruttiva basata sulla pietra posta in opera senza leganti e senza centine, come ogni architettura spontanea, sono costituiti da spazi interni ed esterni.
La tipologia è varia dalla forma tronco-conica alla forma cilindro-conica, a gradoni semplice o a gradoni elicoidali ed anche a pianta quadrangolare.
Le volte interne ed il muro esterno erano costruiti contemporaneamente secondo piani orizzontali, partendo dalla messa in opera degli anelli delle volte. Nel “truddu” si notano due parti indipendenti: la cupola, che copre il vano interno, e la struttura di rivestimento esterno. La presenza di terra nelle coperture forniva protezione dal calore estivo ed anche dall’acqua trattenuta dal tappeto erboso.
Per ispezionare la struttura veniva realizzata una scala esterna, costituita da gradoni elicoidali, che fungeva anche da rinforzo esterno rendendo impermeabile e stabile l’intero manufatto.


Dettagli delle strutture d'ingresso (pinodenuzzo.com)


Particolari sono le strutture e i profili delle porte d’ingresso, generalmente esposte a SE per la difesa dalle correnti gelide invernali, realizzati con il tipo di roccia a disposizione, formando il trilite primitivo (sistema costruttivo costituito da due elementi verticali che sorreggono un architrave) o l’architrave spezzato in due blocchi monolitici che anticipa il triangolo di scarico delle soluzioni più evolute. Nelle forme più elaborate si hanno soluzioni che sostituiscono il triangolo di scarico con una piccola finestra o incorniciano l’apertura con un arco sotteso dall’architrave.

Con una molteplicità e varietà di esempi di costruzioni in pietra a secco, caratterizzate da uno o più vani, diversi sono stati gli studiosi che hanno tentato di fare delle classificazioni e di riscontrare alcune caratteristiche comuni che permettano di identificare classi tipologiche.
Una classificazione fatta da A. Ambrosi riesce bene a muoversi all’interno di un’indagine tipologica che accetta la definizione di “tipo” come “invariante”.
In effetti, nelle architetture in pietra a secco l’idea di abitazione e riparo è la vera costante tipologica, che accomuna, in ogni momento storico, tutti i membri della società, che risponde, a seconda dell’aspetto geomorfologico del luogo e delle proprie esigenze, con atti costruttivi individualmente diversificati.
Pertanto, si è giunti ad una classificazione di sei gruppi di architetture:
  1. il cumulo: edificio con copertura di pietrisco o zolle erbose;
  2. la torre terrazzata, che può essere semplice o gradonata;
  3. il tetto conico: forma cilindro-conica (a generatrice rettilinea);
  4. le superfici raccordate, che richiamano la tenda;
  5. il tetto displuviato, che si rifà alla capanna rettangolare con tetto a due o una falda;
  6. le coperture: cuspidate ogivali o cupoliformi cilindriche (a generatrici inflesse).

(2.3 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

2.4 - Architettura rurale nel Salento

Accumuli concentrati

"li puzzi" e "le cisterne"

La mancanza di sorgenti in superficie e di corsi d’acqua fece sì che l’approvvigionamento idrico venisse ricercato nel sottosuolo. Pertanto si scavarono manualmente i pozzi e dove il terreno presentava una falda impermeabile o roccia di calcare compatto, si costruirono le cisterne, quali serbatoi di acqua piovana che ne assicuravano una certa quantità.


I pozzi erano scavati in terreni ad “acqua circolante” aventi la forma interna quadrangolare o circolare.
Il rivestimento interno era realizzato con pietre di calcare permeabile, “la camisa”, cementate con bolo [01], in modo da lasciarvi filtrare le abbondanti acque freatiche.
La bocca del pozzo, protetta da un “puteale” (in gergo “lu pustale”), che spesso era un blocco monolitico con foro centrale oppure formato da quattro conci di tufo disposti in quadrato, veniva costruita anche in forme più rifinite e monumentali.


Le cisterne erano scavate nel terreno, o ricavate in un crepaccio naturale più o meno profondo e capace, o costruite partendo dal piano di campagna, aventi la forma interna “a campana” o “pseudo-prismatica”, esternamente assumono conformazioni che variano planimetricamente ed altimetricamente.
Il rivestimento interno, intonacato con malta di calce mista con cocci di vasi di creta e battutacon speciali magli veniva resa impermeabile.
Le caratteristiche tecnico-formali della cisterna utilizzano gli stessi principi costruttivi dei “truddi”.


Sistema di canalizzazione e raccolta delle acque

"le spase" e "le littere"

Di modeste dimensioni, erano realizzate con il materiale proveniente dalla spietratura del terreno, ammucchiato in piccoli coni sul terreno.
I modesti cumuli sollevati fino ad una certa altezza dal suolo, mantenendo la base circolare dell’originale cono di pietra , davano le spase.
Quando gli accumuli di pietre erano di scarsa entità e sparsi qua e là, venivano utilizzati per farne delle littere.
Queste consistevano infatti in muretti pianeggianti poco sollevati dal terreno e larghi circa un metro; erano formati da massi più grossi verso l’esterno e da più piccoli nell’interno, mentre la superficie veniva coperta da pietre minutissime, per renderla agibile.
Non essendoci ancora, al tempo, “lu cannizzu”, cioè una specie di stuoia fatta con canne tagliate e legate, le spase e le littere servivano come piattaforma per adagiare ed essiccare al sole i fichi spaccati per metà.
Queste costruzioni in pietra a secco venivano coperte con uno spesso strato di “fumuli” (Hjpericum crispum), pianta comune del periodo estivo che grazie alle sostanze contenute permetteva aerazione e sofficità caratteristiche necessarie al buon essiccamento dei fichi.
Alla fine della stagione i fichi essiccati venivano infornati per garantire la conservazione. Terminata la cottura e sfornati, dopo un’oculata cernita, i migliori venivano pigiati a strati, anche con foglie di alloro, in recipienti di terracotta detti “capase”. Si formava così una massa compatta , tanto che ci si serviva di un arnese speciale “li scoddafiche”, per poterli staccare tra loro.

"li furni"

Queste costruzioni assumevano dimensioni minori del "truddu", ma erano sempre realizzate in pietra a secco e con il sistema a "tholos" (termine greco usato impropriamente per indicare una costruzione circolare a falsa volta).
Avevano la bocca proporzionata alla costruzione, rivestita con intonaco di creta, applicato a mano e la base pavimentata con lastre di pietra calcarea dette ”chianche”.

(2.4 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

2.5 - Architettura rurale nel Salento

Accumuli concentrati

"le aie" e "li puddari"



Costruzioni con zona antistante adibita ad aia

Le aie sono collegate alla coltura dei cereali.
Aventi forma circolare furono prima realizzate su una superficie naturale di roccia pianeggiante, levigata dagli agenti atmosferici e delimitata da grossi massi, poi furono realizzate con pavimentazione di pietra calcarea e delimitate con pietre sagomate e decorate. Venivano collocate su spazi elevati, esposti al vento e sgombri da alberi, così che questo potesse soffiare senza ostacolo per separare il grano dalla paglia e dalla pula.
Quasi sempre intorno all’aia sorgevano altre costruzioni necessarie al lavoro della trebbiatura: ricoveri per i buoi e gli addetti ai lavori, un pozzo o cisterna con abbeveratoio e spesso anche il pollaio.

I puddari, di dimensioni limitate, venivano realizzati con conci di carparo usando come legante malta e bolo. Presentavano diversi sviluppi: a tronco di cono sormontato da pseudocupola; ad archi schiacciati; a cilindro sormontato da pseudocupola; prismatico a volta piana.

(2.5 - continua)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

3 - Architettura rurale nel Salento

Glottologia


Costruzioni sul banco roccioso di una vecchia cava - Macchia ai Temerano, Seclì

La complessa discussione sulla diffusione e sul significato dei vari termini adottati in Puglia per indicare le costruzioni in pietra a secco trulliformi, ha particolarmente interessato i glottologi e, in genere, gli studiosi della civiltà contadina.

A tal proposito, il Prof. Antonio Costantini (Le costruzioni in pietra a secco nel Salento leccese - Italia Nostra, Parabita, 1988) ha sottolineato che gli studi sul tipo edilizio a trullo non sono stati un monopolio degli storici o degli archeologi, ma soprattutto hanno visto impegnati i linguisti, i quali hanno cercato di giungere alle origini di questa particolare manifestazione proprio partendo dall’etimologia delle varie voci.
Pertanto, i diversi appellativi locali, con particolare riferimento al basso Salento, sono riportati di seguito cercando di sottolineare schematicamente alcune delle spiegazioni proposte dai ricercatori.

Truδδu [01]

- Costruzione trulliforme in pietra a secco; denominazione che nei Catasti Onciari [02] sembra appartenere al territorio dell’Albania Salentina e dei comuni limitrofi, sino a Grottaglie da un lato e ad Avetrana dall’altra. (De Fabrizio)
- Voce derivata da “Turrula” indi “Turrulu” è cioè da un diminutivo di “Turris”. (Palumbo)
- La voce, di probabile radice indo-germanica “Tor” passata sia al greco che al latino, implica il concetto di rotondità. E’ in uso nella parte meridionale delle Murge fin verso Lecce. (Simoncini)
- Voce riferita alla trottola (giocattolo rotondeggiante di forma conica detto “Currulu” o “Curru”). Nel territorio di Ruffano il “Trullo Ferrante” risulta la più complessa aggregazione di edifici in pietra a secco nel Salento leccese. (Ribezzo)

Caseδδa

- Costruzione in pietra a secco quadrata e coperta da tegole; denominazione che nei Catasti Onciari sembra più frequente tra i contadini murgiani e tarantini. (De Fabrizio)
- La voce, proveniente presumibilmente dal basso latino, indica una versione particolare di tale tipo nelle Murge settentrionali e centrali e lungo il litorale tra Barletta e Polignano. (Simoncini)
- Voce che nell’agro di Tuglie indica un edificio più piccolo e semplice del “Furnieddu”, ma più articolato, essendo affiancto da altre costruzioni supplementari. (Panico)

Pajaru (Pagghiaru o Pagghiarune)

- Costruzione in pietra a secco con copertura in paglia; denominazione che nei Catasti Onciari sembra diffusa nel Salento leccese. (De Fabrizio)
- Se è vero che la presenza di un’aia nelle vicinanze del riparo giustifica il termine “Pajaru”, in quanto sicuramente la funzione prevalente della costruzione era, o è ancora, quella di deposito della paglia ricavata dalla battitura dei cereali, per il resto il nome non è sempre legato al tipo di coltura o alla funzione specifica. (Costantini)
- I “Pajari” sono nella stragrande maggioranza dei ripari semplici, privi di rinforzi alla base e, in una vasta area che va da Lecce fino a Maglie, sprovvisti di una spianata sommitale poiché coperti con zolle di terra. Importante è il “Pajarone” in località Visciglito presso Acaya, Vernole. (Spano)

Furnu (Furnieδδu)

- Costruzione in pietra a secco atta alla cottura del pane e dei fichi dopo l’essicazione al sole. (De Fabrizio)
- Costruzioni tronco-coniche (solo in alcuni casi tronco-piramidali), contenute in due o tre livelli di gradoni concentrici, realizzate interamente a secco. Si tratta di edifici costituiti da un solo vano a pianta quadrangolare (nelle forme più antiche, circolare) con copertura del tipo a falsa cupola [03]. Sono sparse un po’ dovunque nella campagna di Galàtone e soprattutto nella contrada rurale Specchia di Mosco. (Calò)
- La voce “Furnu” non trova nessuna giustificazione con la spiegazione che spesso ne danno gli stessi contadini. Etimologicamente chiaro, il termine potrebbe essere spiegato soltanto se queste costruzioni fossero provviste di focolare o di forno per cuocere il pane. L’ipotesi che esso sia un termine attribuito ai ripari provvisti di attrezzature per la cottura del pane e per cucinare viene però smentita proprio dal fatto che nella maggior parte delle aree di diffusione di questo termine, raramente si incontra un camino o un focolare all’interno o all’esterno della costruzione. (Costantini)
- Il termine “Furnu” è da mettere in relazione con il fatto che il contadino considera il suo riparo un forno vero e proprio perché, durante i mesi estivi, ne utilizzava le superfici dei gradoni e del terrazzo per sistemare i graticci e le stuoie (“cannizzi”) con i fichi da essiccare, quindi la costruzione intesa come luogo per la cottura o la torrefazione di un prodotto. (Spano)
- Costruzioni monocellulari, con copertura a falsa volta [03] e forma tronco-conica costruite in pietra a secco a gradoni. (Panico)

Chìpuru

- Costruzione in pietra a secco. Questa voce è propria della Grecìa Salentina [04]. (De Fabrizio)
- Indica il termine diffuso soprattutto a Maglie. (De Lia)
- Parola proveniente dal greco, letteralmente “guardiano del campo”. E’ in uso nel Salento, da Maglie a Leuca, l’antica Japigia. (Simoncini)

(casedelsalento.it)
NOTE

[01] Gerhard Rohlfs - Vocabolario dei dialetti salentini - Congedo, Galatina, 1976.
δ: Suono invertito pronunziato con la lingua ripiegata all’indietro su se stessa.
Nella letteratura regionale si esprime anche con ddh - ddr - ddhr oppure gd (es.: quigdu).
δδ: Suono che viene dalle due ll latine o italiane (es.: Illu[m], da cui iddu; Cerebellum da cui cervieddu).
[02] L'Onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l'attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno.
Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la mappatura dei luoghi, fu uno strumento utile ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni terrieri veniva stimato in once, una misura di monete molto antica corrispondente a sei ducati.
[03] Cupola o volta realizzata con blocchi di calcare progressivamente aggettanti verso l’interno.
[04] Area del Salento, situata all’estremità meridionale della Puglia, costituita da nove comuni in cui si parla il dialetto neo-greco noto come grecanico o griko.
L'Unione dei comuni della Grecìa Salentina nasce il 28 settembre 2001 tra i seguenti comuni: Calmiera - Castrignano dei Greci - Corigliano d’Otranto - Martano - Martignano - Melpignano - Soleto - Sternatia - Zollino. Comprende anche due comuni in cui non si parla il griko ma che sono uniti da rapporti di collaborazione con gli altri nove: Carpignano Salentino (aderisce il 1° gennaio 2005) e Cutrofiano (aderisce il 1° gennaio 2007).

(3 - fine)

Notizie e immagini, dove non specificato, sono tratte da:
Arch. Gabriele Grasso - Architetture in pietra a secco nel Salento - Edizioni del Grifo, Lecce, 2000

Il trullo di Alberobello



Un tempo si costruivano le case di pietra, anche se questa non era sempre di buona qualità, perché la pietra era il materiale più facilmente reperibile, quindi più economico di qualsiasi altro.
Quello che è certo è che la pietra (sia usata per la struttura, sia per la copertura o per gli elementi accessori della costruzione) è il materiale che “lega” più di ogni altro la casa al paesaggio e usarla costituisce quindi un esempio di corretto approccio al problema del rapporto casa-ambiente.

Sull’origine del trullo (o truddhu secondo il dialetto pugliese), tra le tante ipotesi prevale quella orientale che ha origine dalla fusione delle due culture della popolazione locale: da una parte quella contadina dall’altra quella degli innumerevoli gruppi etnici trasferitisi nella zona dall’Oriente, facendo sorgere quella civiltà altomedievale della quale significative tracce sono rimaste nelle innumerevoli chiese rupestri e cripte.

Queste costruzioni inizialmente avevano lo scopo di proteggere l’uomo dalle eventuali intemperie e di depositare attrezzi, arnesi e materiali vari necessari alle attività agricole per poi trasformarsi in vere e proprie abitazioni.
Infatti la struttura architettonica iniziale del trullo era costituita da un unico vano realizzato in conci di pietra sistemati senza alcun legante cioè “a secco”, avente dimensioni ridotte a pianta quadrangolare, sormontato da una copertura a cupola conica; la struttura più evoluta era invece costituita da più ambienti, aventi funzioni abitative diverse, con l’aggiunta di vari elementi architettonici. Si otteneva così una struttura unica di più trulli affiancati che formavano abitazioni unifamiliari.

La copertura della cupola, realizzata anche in conci di pietra sistemati a secco, era interamente rivestita da listelli sempre di pietra dello spessore variabile, dette chiancarelle o chiancole ed era completata alla sommità da un pinnacolo, la cui origine si deve forse al culto betilico, professato dai popoli primitivi orientali, che rappresenta in base alla forma geometrica (sferica - conica - poliedrica) vari significati propriamente derivati dal culto della pietra essendo puntati al cielo, anche significati magici.


Sulla superficie esterna della copertura sono tracciati, con latte di calce, disegni vari ispirati ad una simbologia derivante da diverse tradizioni che servivano a scacciare il malocchio e a portare fortuna agli abitanti del trullo.
Sono classificati in: primitivi magici - pagani - cristiani - ornamentali - grotteschi.
La maggior parte dei simboli sono di origine cristiana; i simboli pagani si distinguono con forme di animali e piante; i simboli ornamentali e grotteschi descrivono vasi di fiori, due cuori intrecciati, una stella e un angelo, le iniziali del proprietario, il simbolo del suo lavoro o delle sue produzioni agricole.


le fasi di costruzione sono le seguenti

Alberobello, in provincia di Bari, nella Valle d’Itria, vanta la più alta concentrazione di trulli in un abitato: circa 1.300 divisi tra i rioni Monti e Aia Piccola, ma anche altri paesi vicini come Locorotondo e Martina Franca soprattutto, Cisternino, Ostuni, Fasano, Noci, Putignano, presentano pregevoli esempi di architettura in pietra a secco, sparsi nella campagna o inseriti nel tessuto urbano, coinvolgendo pertanto ben tre province pugliesi: Bari, Brindisi e Taranto.

L’alta concentrazione di trulli risale alla seconda metà del XVI secolo quando la zona cominciò a popolarsi di contadini e Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona, Conte di Conversano, detto il “Guercio”, aspirava a fare della Selva (Alborebello deriva dal latino Sylva Arboris Belli: Selva dell’albero della guerra) un proprio feudo indipendente dalla corte di Napoli; e, a tal fine, spinse i contadini e le loro famiglie a viverci.
Ma quando l’editto Prammatica de Baronibus impose l’autorizzazione regia per ogni nuova costruzione, il Guercio, che non aveva alcuna intenzione di dividere le rendite fiscali con chiunque, costrinse i sudditi a costruire con pietra a secco, con assoluto divieto di usare la malta come legante; così in caso di ispezioni governative, le case sarebbero state demolite con facilità e riedificate in poco tempo.
I trulli ebbero da allora larga diffusione, perché oltre al decreto dei Conti di Conversano di edificare a secco senza l’uso della malta, c’erano anche ragioni di ordine pratico ed economico, come l’abbondanza di pietre calcaree di cui occorre sgombrare il terreno agricolo, il minor costo di costruzione, il miglior riparo dal caldo offerto dagli spessi muri.
Non tutti i trulli sono costruiti a secco. Quando il 27 maggio 1797 la Selva fu dichiarata libera dalla signoria dei Conti di Conversano e assunse il nome di Alberobello, cadde il divieto di usare la malta come legante dei conci di pietra per la costruzione dei trulli.

Dal dicembre 1996 i Trulli di Alberobello sono stati dichiarati dall'UNESCO Patrimonio Mondiale dell'Umanità.


“La povertà è una vecchia disgrazia degli uomini, ma da poco tempo si sa davvero che è un male da cui dobbiamo liberarci: così da poco tempo si sa davvero che cosa debba essere una casa.
Nella storia dell’architettura, chè una significativa parata di monumenti, pare che la casa abbia avuto sempre meno importanza del tempio, del sepolcro, dell’arco di trionfo o della fortezza.
Eccettuate le antiche case romane di Pompei e le nostre umanissime e variate case rurali, dove trovate altri esempi che ci confortino?
Questa disposizione dei popoli a far per secoli e secoli le spese e le dimore per gli dei, per i tiranni, per i morti, senza mai pensare a sé, è di un altruismo che rasenta la stravaganza”.

Ernesto Nathan Rogers - Esperienza dell’architettura - Einaudi, 1958

Immagini in ordine di pubblicazione tratte da:

imasseria.com / geocities.com / brochure ALBEROBELLO IN MINIATURA di Orazio Annese - Via Monte San Michele, 34 - Alberobello / trulliholiday.com / digilander.libero.it

Links utili: http://www.alberobello.net/ - http://www.tuttoalberobello.it/ - www.italweb.it/alberobello - http://www.trulliland.it/

MOSTRA PERSONALE - 1988

recensione di Ninni Caricato




il supporto di queste tre strutture tipo è stato rivestito con Print Lumiphos / ABET LAMINATI - effetto fotoluminescente

Decostruttivismo

Dal 23 giugno al 30 agosto del lontano 1988 al Museum of Modern Art di New York si realizzava la mostra Deconstructivist Architecture organizzata dall’architetto Philip Johnson.

Vi erano esposti disegni e plastici di:

- Coop Himmelb(l)au / Wolf Prix (Austria, 1942), Helmut Swiczinsky (Polonia, 1944)
- Peter Eisenman (USA, 1932)
- Frank Owen Gehry (Canada, 1929)
- Zaha Hadid (Iraq, 1950)
- Rem Koolhaas (Olanda, 1945)
- Daniel Libeskind (Polonia, 1946)
- Bernard Tschumi (Svizzera, 1944)

Nello stesso anno dal 25 giugno al 5 luglio esponevo, in una mostra personale, i miei lavori planivolumetrici: unità spaziali.

Pertanto, nella mia recensione affermavo categoricamente quanto segue:

“L’analisi della ricerca teorica che la cultura architettonica corrente, fantastica (spesso folle), propone attraverso studi, progettazioni, realizzazioni sperimentali, conduce ad un concentramento radicale di cambiamenti, per essere all’altezza delle esigenze del XXI secolo in un contesto dove la nuova architettura (intesa in senso globale come urbanistica, architettura privata e design) potrà prender vita”.

“Individuate queste costanti, in gran parte teoriche, che connotano l’interesse verso il futuro rapporto individuo-ambiente, la mia operatività tende:
- a sollecitare attraverso l’idea delle unità spaziali, una riflessione critica sul modo in cui attualmente ci viene fornita l’organizzazione ambientale, che annulla ogni libertà e capacità inventiva;
- a creare stimoli fruibili come esercizio all’immaginazione e alla capacità creativa;
- a tener viva la tensione tra aspirazione e realtà attraverso la fuga nell’utopia progettuale, che esplicita la denuncia dell’impossibilità di sopravvivenza allo stato attuale delle cose.
Le unità spaziali sono la risultanza del sovvertimento degli elementi strutturali caratterizzanti l’architettura contemporanea e la ricomposizione su altri registri, rielaborando e trasformando aspetti desunti dal reale e proiettati su un piano di pura concettualità.
Si configurano, così, come archetipi e simboli”.

“Si propongono così schemi, sistemi, soluzioni che intendono rispondere più alle esigenze dell’estetica che ad una funzionalità contingente, in una visione atemporale, tuttavia, proiettata in una realtà imminente, di cui già si prefigurano i connotati.
Nella continua variabilità sperimentale, il progetto permane tra astrazione e realtà ed è ipotesi per le grandi sculture abitabili”.

In un certo senso anch’io proponevo un manifesto, nella mia sempre pura ribellione e nella mia sempre pura e continua ricerca.
Con questo voglio soltanto ricordare storicamente una fase del mio processo artistico, in un momento importante dell’architettura contemporanea di quel periodo, l’architettura decostruttivista che stava fissando un caposaldo non solo nel campo della ricerca sperimentale ma soprattutto nel campo delle concrete realizzazioni strutturali.

Orbene, l’editoriale del mensile L’architettura, novembre 1988, intitolava "L’effervescenza eversiva del decostruttivismo" ed apriva affermando che il manifesto affisso sulle pareti del MOMA era esplicito e possedeva una tensione rivoluzionaria:

“I progetti esposti in questa mostra evidenziano l’emergenza di una nuova sensibilità in architettura.
Essi contestano alla radicele idee tradizionali sulla natura dell’oggetto architettonico.
Tradizionalmente l’architetto ha cercato di produrre pura forma basta sull’inviolabile integrità di figure geometriche semplici.
L’architetto evita che queste figure siano contaminate al fine di sostenere i valori culturali della stabilità, dell’armonia, della sicurezza, del comfort, dell’ordine e dell’unità. In questi progetti invece la forma pura è stata contaminata, trasformando l’architettura in un agente di instabilità, disarmonia, insicurezza, scomodità, disordine e conflitto…
Ciascun progetto interroga il linguaggio acquisito dell’architettura moderna e scopre, repressa tra le sue forme pure, l’impura, sghemba geometria - i volumi attorcigliati, i piani ricurvi, le linee che cozzano - elaborata dall’avanguardia russa al principio del secolo.
La forma pura è violentata ma non distrutta: questa è un’architettura di smembramento, dislocazione, spiazzamento e distorsione, ma non di smaltimento o demolizione…”

L’editoriale, proseguendo chiariva:

“Va subito precisato che la tradizione architettonica non si basa affatto sull’inviolabile integrità di figure geometriche semplici. Solo il classicismo e il neo classicismo si nutrono di queste velleità astratte e repressive. Basti pensare all’epopea medievale e a quella autentica (non classicizzata) del barocco per constatare che la disarmonia, la conflittualità, il disordine sono da sempre fondamentali strumenti comunicativi dell’architettura. Lo stesso può dirsi del movimento moderno: l’ideale della forma pura è stato coltivato in alcune ricerche cubiste; ma l’espressionismo, il futurismo, il neoplasticismo De Stijl lo hanno clamorosamente smentito. Negli ultimi sessant’anni, la forma pura e la geometria elementare sono stati sinonimi di accademia, involuzionepassatista o fradicio post-moderno”.

L’editoriale, inoltre affermava:

“L’architettura decostruttivista è culturalmente decisiva: riannoda la ricerca attuale a quella dell’avanguardia, e perciò sconfessa, cancella, riduce alla vergogna la neoaccademia e il post-moderno. Ci libera da questi ingombranti cadaveri, e dai dogmi, dai tabù dell’armonia, stabilità, equilibrio, proporzione, simmetria.
Un’architettura decostruttivista simmetrica è una contraddizione in termini.
Nei prossimi decenni ci si riferirà al decostruttivismo 1988 come ad un evento che ha ricondotto l’architettura moderna su i suoi binari”.

E così è stato.

L’editoriale, in conclusione vagliava il decostruttivismo col metro delle sette invarianti del linguaggio moderno:

1. L’elenco come metodologia progettuale
Il decostruttivismo conferma questa invariante in quanto rifiuta le sintesi a priori del classicismo e le loro formalistiche armonie. Il decostruttivismo riporta l’architettura ai contenuti e alle funzioni.
2­. Asimmetria e dissonanze
Questo principio è pienamente inverato dai decostruttivisti. Essi incarnano la destabilizzazione, la conflittualità, la disarmonia: rilanciano l’eredità non solo del costruttivismo sovietico, ma dell’intero movimento moderno.
3. Tridimensionalità antiprospettica
De-costruire implica ripudiare l’apparato irreggimentatorio della visione prospettica. Non più leggi, perentori concatenamenti, rapporti fissi nello spazio, divisione tra oggetto e intorno, tra città e campagna. La tridimensionalità convenzionale viene infranta, si decostruisce, si apre.
4. Sintassi della scomposizione quadridimensionale
Scomposizione, destrutturazione, decostruzione sono termini equivalenti. Il costruttivismo sovietico incontra il neoplasticismo olandese “De Stijl”. Non sono la stessa cosa, ma il loro intento converge nel cercare un lessico, una grammatica e una sintassi dell’anticlassicismo.
5. Strutture in aggetto, gusci e membrane
Eliminando la scatola chiusa e le figure geometriche elementari,il decopstruttivismo emancipa le strutture dalla sicurezza ingegneristica, incentiva gli esperimenti rischiosi, il gusto del pericolo.
6. Temporalità dello spazio
Indubbiamente il decostruttivismo ha una coscienza dinamica, cinetica delle cavità vissute, le smembra, le frantuma, le scompone, e quindi crea spazi anche se la fluida immagine spaziale non sembra costituire il suo obiettivo primario.
7. Reintegrazione edificio-città-territorio
Decostruire l’edificio equivale a decostruire il suo contesto urbano e territoriale. Decostruendo tutto si reintegra, in quanto le varie parti decostruite dialogano tra loro. Il decostruttivismo si ferma a questo tipo di integrazione, non va più in là.

Filatelia e fotografia



Francobollo della Croazia, emesso l'8 aprile 2005, vincitore del XXIV Premio Internazionale d’arte filatelica a soggetto religioso “San Gabriele”, svolto il 24 settembre 2006 presso la Sala delle Ceramiche del Museo Fioroni di Legnago, Verona.

Bozzetto realizzato e adattato da Sanja Rešček (1978) giovane artista dell’Accademia delle Arti di Zagabria.

Il soggetto rappresentato è un ritratto di Papa Giovanni Paolo II ripreso dal fotografo Gabriel Bouys - AFP, durante la visita del pontefice a Maribor, in Slovenia, 1l 19 settembre 1999, mentre celebra la beatificazione di Anton Martin Slomsek (1800-1892), primo vescovo di Maribor.

Don Chisciotte



Don Chisciotte

Don Chisciotte
Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo!
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante
colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte,
com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte…

Sancho Panza
Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore;
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore…
E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda ad ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini…
E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza…

Don Chisciotte
Salta in piedi Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri!
L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fa d'ombra e s'ingarbuglia la matassa…

Sancho Panza
A proposito di questo farsi d'ombra delle cose,
l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com'è vero… che ora ho fame!

Don Chisciotte
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire…

Sancho Panza
Mio Signore, io purtroppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il Capitale, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al Potere dare scacco e salvare il mondo intero?

Don Chisciotte
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?

Don Chisciotte e Sancho Panza
Il Potere è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte!

Da Stagioni - 19° album di Francesco Guccini - 2000

TESTO
Giuseppe Dati e Francesco Guccini
MUSICA
Giuseppe Dati e Goffredo Orlandi
VOCE
Francesco Guccini e Juan Carlos "Flaco" Biondini

Eventi e manifestazioni

Festa dell'Aquilone ad Urbino



“... Or siam fermi;
abbiam in faccia Urbino ventoso:
ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino…”

Questo il riferimento storic0 alla famosa poesia di Giovanni Pascoli “L’Aquilone”, scritta in ricordo di quel tempo passato ad Urbino come scolaro del Collegio degli Scolopi.

Nata tra le Contrade, la Festa è cara agli urbinati di ogni età che da bambini hanno tutti costruito e lanciato le loro comete.

E’ quindi una vera tradizione quella di costruire aquiloni ad Urbino, spesso alla maniera classica: carta oleata, canne di fosso, colla di farina e tanta fantasia.

La tradizione della festa ha inoltre prodotto una ricerca evolutiva, portando ad Urbino anche aquiloni moderni e tutta una serie di iniziative inerenti il mondo del volo.

La manifestazione appare come proposta di svago, di creatività e semplicità; è infatti magia e poesia quell’idea concreta di libertà tenuta in mano, legata ad un filo che è appunto l’Aquilone.

La festa ha il suo momento culminante nella Gara tra le contrade sulle balze dei monti delle Cesane, nel tentativo di far salire l’Aquilone più alto.

Si potranno ammirare centinaia di comete in volo, proprio di fronte al quel famoso Urbino ventoso.

Dal depliant della manifestazione 2006 - festaquilone.it

Foto di Ninni Caricato